In un’Italia in macerie, piena di sfollati ridotti alla fame, dove si moriva come niente sotto i bombardamenti aerei, in tanti rischiavano la pelle per mettere in salvo opere d’arte. Follia? Sottovalutazione del rischio reale? A muoverli, pensiamo, era il rifiuto della guerra e più ancora dell’agghiacciante e disumana logica nazista. Lo stesso rifiuto che ha fatto restare a Palmira, nonostante il pericolo, l’archeologo siriano Khaled al-Asaad (che ricordavamo nel capitolo precedente) per proteggere preziosi reperti e sottrarli ai colpi dei fondamentalisti dell’Isis. Allo stesso modo l’archeologo e ufficiale dell’esercito Fabio Maniscalco tra il 1995 e il 1998 si è impegnato a monitorare il patrimonio culturale di Bosnia ed Erzegovina, dilaniate dalla guerra; è morto nel 2008 per una forma di tumore dovuta all’esposizione a metalli pesanti e uranio impoverito contenuti nelle bombe sganciate sulla ex Jugoslavia. Di lui racconta ‹Oro dentro. Un archeologo in trincea› (2015), l’intensa biografia che gli hanno dedicato Giovanni Rispoli e Laura Sudiro.
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[] S. M a g g i o r e l l i, ‹A t t a c c o a l l’ a r t e›, L’ A s i n o d’ o r o, 2 0 1 7.
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