Finita la rivoluzione, Napoleone finse di adottarne i princìpi, di fatto piegandoli in senso nazionalista e imperialista. Con il suo esercito si fece paladino della liberazione dell’arte, razziando tesori in Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Germania, Russia, solo per parlare delle regioni europee. Un patrimonio che solamente in minima parte fu restituito dopo il congresso di Vienna.
Le collezioni reali e quelle dei nobili fuggiti all’estero andarono a costituire il primo nucleo del Louvre, che nel 1793 ospitava opere confiscate durante il Terrore in residenze aristocratiche e chiese. Il progetto era farlo diventare un museo universale. Così nelle sue sale cominciarono ad affluire opere da ogni dove. Per cominciare, 52 Rubens e 18 Rembrandt requisiti in Olanda nel 1794, insieme a molto altro. Ma il grosso del bottino doveva ancora arrivare. Nel 1796 fu il direttorio a dare il via libera all’assalto all’arte italiana. «L’Italia deve all’arte la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama ma è venuto il momento di trasferire il regno in Francia, per rafforzare ed abbellire il regno della Libertà» [10] fu scritto in una lettera d’incarico a Napoleone, come legittimazione formale alla razzia. Le opere d’arte cominciarono a riempire le sale del Louvre, dopo il trattato di Tolentino del 1797 che obbligava gli Stati sconfitti a pagare pegno. Le prime ad arrivare furono opere antiche dallo Stato pontificio e dai Ducati del Centro Italia; l’impresa fu completata con la spoliazione di Torino (da dove i Savoia se ne erano andati prendendo la via dell’esilio), di Firenze e di Napoli, dopo la conquista del Granducato di Toscana e del Regno di Napoli. Il vero ‘salto di qualità’ avvenne nel 1802, quando divenne direttore del Louvre Dominique Vivant Denon, particolarmente attivo nell’incensare Napoleone per le sue razzie ‘patriottiche’. Fu a quel punto che il piano di acquisizioni forzose divenne sistematico, per quanto mascherato da intenti di protezione dell’arte liberata. Secondo le stesse fonti francesi, nel 1815 furono portate in Francia 5233 opere d’arte rubate in Italia. Era la prima volta che la collezione di un importante museo non nasceva da un regolare acquisto. Fu il primo caso europeo di appropriazione indebita d’arte dell’età moderna compiuta da istituzioni e non da conquistatori.
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NOTE
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[10]. F. Furet, D. Richet, ‹La rivoluzione francese› (1974), Laterza, Roma-Bari 2008, p. 439.
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[] S. M a g g i o r e l l i, ‹A t t a c c o a l l’ a r t e›, L’ A s i n o d’ o r o, 2 0 1 7.
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