FattoQuotidiano (6/7/2014) • Violenza di genere… (0)

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Violenza di genere, ‘il femminismo non è bastato a superarla’. Il pensiero di Massimo Fagioli


Donne di Fatto

di Elisa Liberatori Finocchiaro (Direttrice di Change.org)
Fatto Quotidiano — 6/7/2014 (6 luglio 2014)

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Repubblica (22/3/2014) • Quando Simone Weil… (q14)

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•  Cosa ritrovava nel lavoro di fabbrica?

Zellini: A parte i temi dello sfruttamento credo che la cosa che la interessasse era ancora una volta il rapporto con la scienza. Addirittura arrivò a dire che la geometria nasce dal coraggio dell’operaio, perché è il lavoro manuale che ci mette a contatto con lo spazio e col tempo. Più tardi cambiò idea. E proiettò la scienza nel contesto religioso. Ci si potrebbe a questo punto chiedere se la verità matematica è la stessa verità religiosa o sono due cose diverse. E la risposta non sarebbe facile. Certamente no, in senso assoluto. Perché Dio non è fatto di cerchi o triangoli. D’altro canto certe forme geometriche sono in qualche modo immagini divine.

Vannini: Si potrebbe attribuire alla Weil una specie di galileismo per cui la matematica è il linguaggio privilegiato di Dio.

Zellini: Sì, ma per lei la rivoluzionaria legge di inerzia di Galileo era già un tradimento: se un mondo dove c’è un corpo che conserva indefinitamente la sua velocità e la sua direzione era equivalente a un mondo in stato di quiete, veniva a cadere la stessa nozione di equilibrio.

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Repubblica (22/3/2014) • Quando Simone Weil… (q13)

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•  In che misura la mistica, con cui la Weil interpretò Platone e predilesse una certa via del cristianesimo, diventò esperienza personale?

Vannini: Tutta la filosofia della Weil porta con sé un problema di conversione e di testimonianza. Ed è una filosofia segnata profondamente dal misticismo perché il suo pensiero è esercitato con tutta l’anima, con tutta se stessa, mettendo in discussione la sua vita. Fu una donna che provenendo dall’École Normale decise, per scelta, di fare l’operaia alla Renault, di partecipare alla Guerra di Spagna, di entrare nella Resistenza e finì con l’ammalarsi gravemente. È abbastanza raro imbattersi, con quella coerenza, in una vita rivolta alla verità.

Zellini: C’è da dire che la Weil non ebbe mai uno spiccato temperamento pratico e non riuscì poi a fare tutto quello che avrebbe voluto. Non riuscì, più di tanto, a lavorare nelle fabbriche.

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Repubblica (22/3/2014) • Quando Simone Weil… (q12)

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•  Quello che l’‹Iliade› rappresenta sul piano della narrazione epica, Platone lo rappresenterà sul piano filosofico. È convincente la lettura che la Weil fa dei Vangeli come diretta emanazione del pensiero platonico?

Vannini: A mio parere è una lettura persuasiva. La Weil interpreta la ‹Repubblica›, in particolare il “Mito della caverna”, e altri testi come il ‹Convito›, con la necessità che per accedere al bene e alla verità l’uomo abbia una conversione. Il “prigioniero” della caverna deve girarsi e volgersi indietro e per far questo deve essere liberato dalle catene, non si libera da solo. Per la Weil la natura umana è corrotta, cieca. I prigionieri vedono solo ombre. Solo la conversione, cioè la grazia, può portarli alla luce. Ecco dove l’idea platonica si salda con il messaggio cristiano.

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Repubblica (22/3/2014) • Quando Simone Weil… (q11)

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•  La forza gli si ritorce contro?

Zellini: Egli stesso finisce col diventare vittima della forza degli altri. Il gioco della guerra, nota Simone Weil, è pendolare. È un’oscillazione dove il forte non vince mai in maniera definitiva. Il simbolo di questa oscillazione è la bilancia. E viene in mente la bilancia d’oro di Zeus che pesa le sorti dei contendenti. Ma anche il numero si può definire come una bilancia, ci ricorda la Weil. Per calcolarne le cifre si usava, nel mondo arabo, una “regola dei piatti della bilancia” E quando, in ambito cristiano, incontriamo un Clemente Alessandrino che dice che Dio è bilancia, misura e numero di tutti noi, è alla Grecia che occorre risalire per spiegare l’origine di questa immagine.

Vannini: Nel mondo medievale anche la croce è vista come una bilancia.

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Repubblica (22/3/2014) • Quando Simone Weil… (q10)

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•  Ma questa assunzione della forza in che modo si traduce nel messaggio evangelico?

Vannini: La Weil ci dice che nessun poema ha saputo, come l’‹Iliade›, mettere sullo stesso piano nemici e amici. La stessa comprensione, lo stesso dolore, la stessa trascendenza si rivolgono tanto alla morte dell’uno quanto alla morte dell’altro. E questo senso di eguaglianza, starei per dire di compassione, lo si ritroverà pienamente nei Vangeli.

Zellini: È giusto il richiamo di Vannini all’idea di equità presente nell’‹Iliade›. Equo ci dice la Weil è Ares, il dio della guerra, che uccide coloro che uccidono. Quindi l’‹Iliade› non è solo il poema della forza ma anche della debolezza e del rapporto che si stabilisce tra il forte e il debole. Perché quando la forza è senza limiti, quando è esercitata in tutta la sua ‹hybris›, diviene problematica. Colui che esercita la forza senza limiti perde il pensiero e smarrisce anche il senso di giustizia ed espone se stesso a una condizione psichicamente caotica.

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Repubblica (22/3/2014) • Quando Simone Weil… (q8-9)

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•  Tornerei alla questione religiosa e alla relazione che la Weil stabilì tra mondo greco e cristianesimo. Si può far partire questa relazione dal saggio bellissimo, compreso in questo libro, che lei dedica all’‹Iliade› come poema della forza?

Vannini: Porrei la questione in questi termini: la Weil vide nei Vangeli l’espressione estrema di quello spirito greco che nell’‹Iliade› aveva già una sua compiutezza. Il testo omerico va interpretato a partire dalla forza, cioè dalla sottomissione dell’uomo alla necessità. È la comprensione della forza che apre alla “regina delle virtù”, ovvero all’umiltà.


•  Insomma la forza non è solo quella che si esercita ma anche quella che si subisce?

Vannini: Meglio: che si accetta. Già nei ‹Sermoni› di Meister Eckhart troviamo declinata l’umiltà non come espressione di generica virtù o di devozione, ma come sapere. L’umiltà è allora il sapere che noi siamo quasi in tutto e per tutto soggetti alla necessità — o a ciò che oggi chiamiamo determinismo — cioè al fatto che le circostanze, l’educazione, la disciplina, in una parola l’imperio della forza, ci dominano.

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