È noto che i pappagalli e molti corvidi sanno «parlare», cioè imitare delle parole umane, e a volte può esservi anche un legame concettuale fra il suono emesso e determinate esperienze dell’uccello. Per il fatto che sanno imitare, molti uccelli canori spesso danno l’impressione di «prendere in giro»: il canapino, l’averla piccola, il pettazzurro, lo storno e altri sono maestri in questo campo. Questi suoni sono ‹imitati›, e quindi appresi dall’uccello, che non li possiede per via innata, e che li emette ‹solo mentre canta›, senza alcuna connessione con il significato che possono avere particolari «vocabolari». Questo vale anche per gli storni, le gazze e le taccole, che sono assai bravi nell’imitare le parole umane.
Altra cosa è il «linguaggio» dei grossi corvi e soprattutto dei grossi pappagalli: anch’essi imitano le parole umane in modo chiaramente giocoso e non intenzionale, come avviene per molti uccelli dall’intelligenza meno elevata, ma i corvi e i pappagalli imitano le parole umane anche indipendentemente dal canto, e innegabilmente, a volte, tali suoni sono associati a certi concetti e hanno quasi (però soltanto quasi!) un certo significato.
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K E Y W O R D S
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[] K. L o r e n z, ‹L’ a n e l l o d i R e S a l o m o n e› (1 9 4 9), A d e l p h i, 2 0 0 6²².
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