SoleDomenica (26/5/2013) • Perché Freud… leggenda (6)

  •  P a g n i n i  (2 0 1 3)  •  P e r c h é  F r e u d  è  u n a  l e g g e n d a  •

Detto in breve, Ffytche, riprendendo delle intuizioni di Odo Marquard e di Foucault (e, avrei aggiunto, di Tugendhat), intende dimostrare la stretta relazione tra l’invenzione di un inconscio psichico e il gran clamore, in epoca romantica, intorno alla definizione di un soggetto autonomo, autodeterminato, che diventerà poi particolarmente significativo relativamente a certe forme di ideologia liberale e di individualismo filosofico. E qui non si tratta di reperire delle “linee di influenza” che soddisfino un interesse meramente antiquario su quello che è successo prima di Freud; bensì di comprendere la funzione ideologica del concetto di inconscio, con tutto quello che si porta dietro relativamente ai problemi dell’individualità e dell’autonomia, in modo da illuminarci anche sul senso delle nostre teorizzazioni attuali.

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SoleDomenica (26/5/2013) • Perché Freud… leggenda (5)

  •  P a g n i n i  (2 0 1 3)  •  P e r c h é  F r e u d  è  u n a  l e g g e n d a  •

Ma se il ‹Dossier Freud› ci mostra quanto la psicoanalisi (e magari più per colpa di Freud che non di uno Jung, per esempio) sia «vulnerabile alla sua storia», il recente lavoro revisionista radicale di Ffytche sulle fonti dell’inconscio psicoanalitico compie il passo ulteriore di scavare nelle idee romantiche e nell’idealismo postkantiano per far luce sugli impliciti, anche morali e “politici”, di concetti centrali nelle teorie di Freud quali quelli di inconscio e di rimozione. Per Ffytche, tra gli inizi dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, teorie filosofiche del soggetto e teorie della psiche si intrecciano, e l’inconscio diventa, sì, oggetto di ricerca empirica, ma insieme anche una soluzione ai dilemmi legati allo statuto “ontologico” dell’individuo e al problema della sua libertà. Dall’Io di Fichte, alla “psiche” di Schelling, all’apparato psichico di Freud (non a caso da lui ancora indicato col termine Seele, comune alle filosofie idealiste) si verifica un progressivo distacco da una concezione assoluta e teologica del mondo, fondante la vita individuale, ad un’immagine di strutture che governano l’individuo come un’unità indipendente.

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SoleDomenica (26/5/2013) • Perché Freud… leggenda (…4a)

  •  P a g n i n i  (2 0 1 3)  •  P e r c h é  F r e u d  è  u n a  l e g g e n d a  •

[⇐]  Eppure, proprio mentre Freud si assegnava pubblicamente un posto, scomodo ma decisamente “rivoluzionario”, nella storia dell’umanità, altre psicologie, di Wundt, di Brentano, di Ebbinghaus e di William James, ambivano al rinnovamento della loro disciplina (curiosamente con analoghi riferimenti alle grandi rivoluzioni della scienza) e al suo collocarsi tra le scienze con programmi di ricerca che, se non fossero stati delegittimati dall’impero del paradigma psicoanalitico, avrebbero accelerato altri percorsi (uno dei modelli sacrificati e oggi in auge appare chiaramente nel capitolo su «La mente inconscia» del recente Marraffa & Paternoster, ‹Sentirsi esistere›, Laterza). Borch-Jacobsen e Shamdasani hanno compiuto un mirabile lavoro di storia della scienza e delle idee, sfatando quella leggenda ancora custodita da censure, da archivi sigillati, da memorie ad hoc, che fino a oggi ha alimentato pregiudizi e mitologie intorno alle origini e alla “verità” della psicoanalisi. La quale alla fine risulta, per dirla con un efficace termine di Lévi-Strauss ripreso dai due autori, un «significante fluttuante», «che può servire a designare tutto», ma che alla fine è “niente” («non è mai esistita” e “in un certo senso, non esiste più»): un’unità senza identità, stabilita solo da una propaganda sin dagli inizi truffaldina e censoria, consolidata attraverso la patologizzazione e la colpevolizzazione degli avversari, e più spesso tramite millanterie scientifiche senza fondamento.

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SoleDomenica (26/5/2013) • Perché Freud… leggenda (4…)

  •  P a g n i n i  (2 0 1 3)  •  P e r c h é  F r e u d  è  u n a  l e g g e n d a  •

Perché “leggenda”? Ce lo mostrano uno storico (Shamdasani) e un letterato (Borch-Jacobsen) già autore di numerosi saggi di argomento psicoanalitico, compresa un’ottima monografia su Lacan (trad. it. Einaudi, 1999), aggiornando un lavoro già uscito in Francia sette anni fa e ora pubblicato in una nuova versione in inglese e tradotto in italiano: “una leggenda è una storia pensata per essere ripetuta meccanicamente, in modo quasi inconsapevole, come le vite dei santi recitate nelle preghiere mattutine dei conventi medievali”. Ma non è detto che sia una litania sempre uguale a se stessa. Anzi, la sua vitalità e durata nel tempo consiste proprio nell’avere una “struttura aperta”, capace di adattarsi ai più diversi contesti culturali (della leggenda freudiana ne esistono versioni positiviste, esistenzialiste, ermeneutiche, freudomarxiste, narratologiche, cognitiviste, strutturaliste, femministe, decostruzioniste, fenomenologiche e oggi anche neuroscientifiche), pur di mantenere, però, la sua identità nell’idea che la creazione di Freud sia stata un evento senza precedenti e un’acquisizione irreversibile.  [⇒]

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SoleDomenica (26/5/2013) • Perché Freud… leggenda (1-3)

  •  P a g n i n i  (2 0 1 3)  •  P e r c h é  F r e u d  è  u n a  l e g g e n d a  •

All’Università di Vienna, nel 1916, davanti all’uditorio che ascolta la sua diciottesima lezione di introduzione alla psicoanalisi, Sigmund Freud si canonizza.

Dopo Copernico, che inferse la prima delle grandi mortificazioni all’amore di sé dell’uomo, sino ad allora convinto di un posto centrale e privilegiato nell’universo, e dopo Darwin, che gli tolse anche il vanto di un’origine speciale e nobile nel creato, la psicologia nega ora all’io di essere «padrone in casa propria».

Il riferimento è esplicito alla «scoperta dell’inconscio» e al modo “energico” con cui la psicoanalisi, forte di evidenze empiriche e di spregiudicatezza accademica, la sta eroicamente difendendo contro tutti. È l’enunciazione di quella che già Henri Ellenberger e Frank Sulloway avevano stigmatizzato chiamandola «leggenda freudiana»: l’affermazione perentoria da parte di Freud del carattere rivoluzionario e epocale della psicoanalisi, la denuncia delle ostilità feroci e delle “resistenze” irrazionali contro di essa e l’insistenza sulla «forza morale» necessaria ad affrontarle, infine la negazione di validità ad ogni teoria rivale e la “dimenticanza” di qualsiasi debito e riconoscimento verso il passato della psicologia e della psichiatria.

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SoleDomenica (26/5/2013) • Perché Freud… leggenda (0)

  •  P a g n i n i  (2 0 1 3)  •  P e r c h é  F r e u d  è  u n a  l e g g e n d a  •

Perché Freud è una leggenda


Origini della psicoanalisi

di Alessandro Pagnini
Il Sole - Domenica — 26/5/2013
(domenica 26 maggio 2013)



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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (…14a)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

[⇐]  Secondo una recente analisi paleontologica di calchi endocranici umani compiuta da Ralph Holloway della Columbia University, solo dopo parecchi anni dall’origine della nostra linea filogenetica osserviamo per la prima volta un chiaro esempio di asimmetria cerebrale (indicante destrismo), in fossili datati a quasi due milioni di anni. È interessante notare come gli studi archeologici abbiano indicato che i più antichi strumenti litici sono stati creati prevalentemente da destrimani. L’uomo, in seguito, mostra ulteriori asimmetrie, e al tempo dei Neandertaliani, la cui estinzione è relativamente recente, siamo vicini al modello di asimmetria dell’uomo anatomicamente moderno (e, si è affermato, anche alla sua organizzazione corticale). Queste osservazioni indicano, seppure debolmente, che aumento di volume e organizzazione cerebrale sono avanzati insieme almeno in una certa misura. E indicano pure che nella ricerca del punto di partenza dell’evoluzione della cognizione umana possiamo imparare non poco dalle capacità cognitive delle antropomorfe.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (14…)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Un aspetto interessante dell’organizzazione generale del cervello che di recente ha attratto notevole attenzione e che si manifesta nel suo aspetto complessivo è la questione delle asimmetrie cerebrali. Nelle antropomorfe non si osserva un alto grado di asimmetria fra gli emisferi cerebrali, ma nell’uomo anatomicamente moderno sì. Ciò è importante perché, a parte il fatto che ciascun emisfero controlla il lato opposto del corpo, si ritiene che nell’uomo i due emisferi non compiano funzioni del tutto identiche. Per esempio, nella maggior parte delle persone predomina l’emisfero sinistro nell’analisi e produzione del linguaggio, nella lettura e scrittura e in compiti che richiedono logica e capacità deduttive. L’emisfero destro, d’altra parte, sembra essere di solito la sede delle capacità musicali e artistiche, del riconoscimento delle forme (comprese le facce), dei compiti che comportano valutazioni spaziali e infine della percezione complessiva di modelli. La dominanza cerebrale è anche la base dell’uso preferenziale di una mano, inconsueto al di fuori della nostra specie.  [⇒]

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (13)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Sintetizzando tutte queste considerazioni, è evidente che solo uno scienziato particolarmente audace potrebbe giungere a conclusioni sicure sul rapporto fra circonvoluzioni dei calchi endocranici e comportamento. Tuttavia qualche anima coraggiosa (ne esistono, e si chiamano paleoneurologi) ha tentato. Peccato che all’iniziale entusiasmo si sia sostituita una gran cautela. Dopo alcune aspre dispute sull’identificazione dei vari punti di riferimento e segni di circonvoluzioni, la maggior parte dei paleoneurologi ha concluso che è più sicuro dedicare maggiore attenzione alle dimensioni complessive e all’aspetto dei cervelli degli individui fossili che all’analisi dello sviluppo relativo di specifiche regioni corticali. Per quanto poco ambizioso questo obiettivo minore possa apparire, non è del tutto privo di interesse. L’incremento del volume cerebrale — la tendenza più evidente nell’evoluzione umana e forse, nel senso più stretto, l’unica — significa chiaramente ‹qualcosa›, e a livello generale la documentazione di questo fenomeno nell’evoluzione umana non è carente. Per di più è un dato che possiamo facilmente correlare ai cambiamenti comportamentali rivelati dalla documentazione archeologica, anche se, come vedremo, la correlazione è tutt’altro che perfetta.

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• cervello ± (c e r v e l l i)

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (12)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Il fatto negativo, invece, ha due aspetti. In primo luogo, sebbene sia possibile utilizzare i calchi endocranici per ottenere una stima affidabile delle dimensioni cerebrali, i dettagli delle circonvoluzioni sono spesso confusi. In secondo luogo, come ho già detto, nuove ricerche indicano che numerose funzioni, invece di essere localizzate in aree distinte, sono suddivise fra diverse regioni cerebrali; inoltre si è recentemente scoperto che alcune aree corticali in precedenza identificate con particolari funzioni in realtà servono a scopi del tutto diversi. Ma ancora più importante è la constatazione che la superficie esterna della corteccia ci offre una quantità di informazioni su ciò che avviene ‹all’interno› del cervello decisamente inferiore a quanto vorremmo.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (11)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Se davvero esistono differenze nello sviluppo delle diverse regioni cerebrali fra l’uomo e le antropomorfe, e se, come è ragionevole supporre, le antropomorfe sono le più vicine alla condizione ancestrale, e infine se possiamo individuare qualche rapporto fra diverse aree cerebrali e diverse funzioni, sarebbe naturale domandarsi se i cervelli dei nostri progenitori possono dirci qualcosa sulla sequenza degli eventi evolutivi che li hanno modificati, modificando a loro volta il comportamento dell’umanità. La risposta è al contempo sì e no, con una netta propensione, per quanto sia spiacevole, verso il no. Questo è il motivo per cui quando tratterò la documentazione fossile umana quasi non mi soffermerò sull’evoluzione cerebrale. Un fatto positivo è che la volta cranica si sviluppa (in sostanza) in modo da assumere la forma del cervello che dovrà contenere, e poiché esso è separato dall’osso solo da una serie di membrane e da alcuni spazi e canali per i fluidi, l’endocranio conserva le tracce della forma esterna del cervello. In questo modo, facendo il calco della parete interna dei crani ben conservati (calco endocranico), otteniamo con ragionevole approssimazione la forma esterna del cervello dei nostri predecessori estinti, e in alcuni casi è accaduto persino che la natura stessa facesse il lavoro per noi. Fin qui, tutto bene.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (…10b)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

[⇐]  Oggi è la corteccia prefrontale l’area che attrae particolarmente l’attenzione come centro di integrazione polimodale. Inoltre sta apparendo sempre più evidente che la corteccia entorinale del lobo temporale — che negli individui affetti dal morbo di Alzheimer è particolarmente vulnerabile — svolge una funzione cruciale nell’integrazione dell’informazione sensoriale, determinando ciò che chiamiamo coscienza. Ovviamente ci resta ancora molto da scoprire, ma nel frattempo ipotesi come quella di Geschwind indicano con certezza che l’organizzazione interna del cervello è importante almeno quanto le mere dimensioni nel generare le nostre straordinarie capacità mentali (i Neandertaliani, per esempio, avevano un cervello voluminoso quanto il nostro, ma più avanti sosterrò che essi, probabilmente, non possedevano il linguaggio articolato), e che la nostra corteccia di associazione, con il suo notevole sviluppo, riveste un ruolo speciale nel renderle possibili.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (…10a…)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

[⇐]  Topograficamente, il giro angolare è idealmente situato per mediare direttamente fra le aree di associazione adiacenti, che a loro volta sono interconnesse solo attraverso il sistema limbico, una massa ribollente di pulsioni non razionali, mediate da ormoni. A causa di ciò, Geschwind avanzò l’ipotesi che il giro angolare possa essere la base neurale del linguaggio, in quanto ci permette di nominare oggetti mediante associazioni dirette, non-limbiche, fra i centri della vista, dell’udito e del controllo dell’apparato vocale. Questa ipotesi era stata avanzata qualche tempo fa, e da allora abbiamo imparato molto sulla distribuzione delle funzioni nel cervello umano (la nostra conoscenza delle antropomorfe a questo proposito è molto inferiore), particolarmente ora che nuove tecniche permettono la localizzazione precisa dell’attività cerebrale mentre vengono compiuti specifici compiti mentali.  [⇒]

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (10…)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Ma è ancora più significativo che vi siano differenze nello sviluppo delle varie aree della corteccia fra noi e le antropomorfe. In particolare, nell’uomo le aree di associazione — le parti della corteccia che sintetizzano stimoli dalle varie vie sensoriali e le [sic!] traducono in esperienze percepite — sono molto complesse. Per esempio, la corteccia prefrontale (un’area di associazione che sembra essere la sede di molta parte della nostra attività di pensiero), il lobo temporale e la regione parietale inferiore sono più sviluppati nell’uomo che nelle antropomorfe. Parecchi decenni or sono il grande neurobiologo Norman Geschwind fece osservare che le strutture parietali inferiori si trovano al di sotto della corteccia di associazione per la vista, l’udito e la somatestesia (sensazione cosciente del proprio corpo) e che, in particolare, la loro parte posteriore (il giro angolare), molto più espansa nell’uomo che nelle antropomorfe, serve probabilmente da «area di associazione delle aree di associazione».  [⇒]

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (9)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Il secondo punto è che il cervello umano, quali che siano le sue meraviglie, probabilmente non contiene alcuna struttura del tutto nuova, anzi, nessuna struttura che non sia comune a tutti gli altri nostri parenti primati (o addirittura mammiferi), per quanto umili. Ne consegue che se vogliamo spiegare le nostre capacità cognitive non dobbiamo cercare nuove strutture cerebrali, anche se questa potrebbe apparirci una spiegazione elegante. Ciò che è accaduto durante la nostra storia evolutiva è che certe parti del cervello umano si sono ingrandite o ridotte rispetto ad altre, e che le connessioni fra queste parti si sono modificate o accresciute. Ma nemmeno in questo siamo unici: mentre è innegabile che fra i primati noi possediamo la più sviluppata corteccia cerebrale (circa il 76 per cento del peso totale del cervello), è altrettanto innegabile che fra i primati superiori vi è stato un fortissimo aumento percentuale della parte del cervello occupata dalla corteccia cerebrale e dalle strutture di sostegno. In proporzione al peso totale del cervello, per esempio, la nostra corteccia non è immensamente superiore a quella dello scimpanzé (che raggiunge il 72 per cento) o del gorilla (68 per cento). Quando prendiamo in considerazione le dimensioni cerebrali complessive, queste piccole differenze corrispondono più o meno a quelle attese. Ma, in termini pratici, la considerazione più importante è che in proporzione alle dimensioni corporee la nostra corteccia è molto più estesa: gli scimpanzé non pesano mediamente molto meno di noi, e i gorilla pesano molto più di noi, ma il loro cervello è circa un terzo delle dimensioni e del peso del nostro. Inoltre nelle antropomorfe il volume del cervelletto costituisce una più alta percentuale del volume cerebrale totale, il che accresce ulteriormente la dimensione relativa degli emisferi cerebrali dell’uomo.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (8)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Vi sono due questioni importanti che dobbiamo tenere a mente. Innanzitutto, poiché il cervello dei primati superiori è il prodotto di un processo opportunistico di accrescimento ed elaborazione sviluppatosi in un lungo periodo di tempo, le sue strutture non sono paragonabili alle parti di una macchina. Tanto per cominciare, molti centri cerebrali «superiori» (cioè quelli di più recente acquisizione) comunicano fra loro principalmente o esclusivamente attraverso i centri «inferiori», più antichi. Parallelamente, gran parte della coordinazione di numerose funzioni «superiori» è mediata da strutture principalmente responsabili di quelle «inferiori» (per esempio, le suddette funzioni di nutrirsi, combattere, fuggire, accoppiarsi). Quindi, per quanto alto sia il valore che possiamo attribuire alle nostre notevoli facoltà mentali, alla base di tutto c’è sempre il vecchio cervello «primitivo»: una ragione, forse, per cui non saremo mai gli esseri supremamente razionali che nei momenti di maggior sicurezza ci piace immaginare. Negli ultimi tempi è invalsa la moda di sminuire il significato di questa eredità evolutiva, ed è certamente vero che, con l’acquisizione di nuove conoscenze sul flusso delle informazioni fra le diverse aree cerebrali, la vecchia nozione secondo cui l’aggiunta di nuove strutture ha necessariamente condotto a un conflitto fra funzioni «inferiori» e «superiori» ha perso molta della sua forza. Tuttavia è innegabile che il nostro cervello abbia una storia evolutiva. E se il cervello dell’uomo anatomicamente moderno è un prodotto di tutte le molteplici fasi di quella storia, altrettanto devono esserlo i comportamenti da esso mediati.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (7)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Nell’uomo, i due emisferi in cui il cervello è diviso sembrano corrispondere non solo ai due lati del corpo (l’emisfero sinistro controlla il lato destro e viceversa) ma, almeno in qualche grado, a funzioni mentali diverse. La superficie esterna del cervello dei mammiferi è solcata da circonvoluzioni, soprattutto nell’uomo, nel quale tutta l’ampia superficie della corteccia cerebrale (circa 14.000 cm² per uno spessore di soli 2,5 mm) è contenuta entro i limitati confini del cranio. Circonvoluzioni particolarmente profonde definiscono i quattro lobi cerebrali: frontale, temporale, parietale, occipitale. In passato i lobi, o parti di essi, venivano identificati con distinte funzioni motorie e sensoriali, sebbene recenti ricerche indichino che molte di queste, al pari delle più complesse funzioni cognitive, sono in realtà distribuite su tutta la corteccia.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (6)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Con l’evoluzione dei mammiferi si ebbe l’elaborazione del «sistema limbico» (il «cervello olfattivo» dei rettili), il complesso delle strutture situate al disopra del tronco encefalico la cui funzione essenziale è il controllo dei processi corporei fondamentali e delle risposte emozionali correlate alla sopravvivenza e alla riproduzione (nutrirsi, combattere, fuggire, accoppiarsi). Le strutture limbiche hanno anche un ruolo di magazzino della memoria a lungo termine, e comprendono la parte più primitiva della corteccia cerebrale. Al di sopra di questa vi è un’area complessa, di origine evolutiva più recente, che ha preso il nome di «neocorteccia». È la neocorteccia che compie la maggior parte di quello che ordinariamente consideriamo «il lavoro» del cervello: cognizione, sofisticata elaborazione delle informazioni uditive e visive, immagini mentali e così via.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (5)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.6.  I l  c e r v e l l o  u m a n o  •

Il cervello di tutti i mammiferi è costruito in base a un progetto comune: qualcosa che ci si può aspettare solo da un gruppo di organismi imparentati. Per comodità rappresenteremo questa struttura come «stratificata», un po’ come una cipolla, anche se il modo in cui il cervello si è evoluto, con nuove funzioni ed espansioni ‹ad hoc› che si sovrapponevano alle strutture più antiche, rende questa organizzazione considerevolmente meno ordinata di quanto questa immagine lasci intendere. I componenti più interni sono situati alla sommità del midollo spinale, cioè nella parte più bassa dell’encefalo, e sono quelli che si formarono per primi nel corso dell’evoluzione dei vertebrati. Essi vengono collettivamente chiamati «tronco encefalico» (o «cervello rettiliano», poiché il cervello dei rettili consiste di appena qualcosa di più di queste strutture) e controllano le funzioni fondamentali dell’organismo, come il battito cardiaco e il respiro, oltre ad allertare altre strutture cerebrali dell’arrivo di segnali dal midollo spinale. Il cervelletto, un’espansione posteriore del tronco encefalico, presiede all’equilibrio e al movimento; inoltre immagazzina i ricordi correlati al controllo di alcune fondamentali risposte apprese.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (4)

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Ma il puro e semplice volume cerebrale non è tutto. Anche l’organizzazione, cioè la struttura, del nostro cervello è unica, e a quanto sembra è qui che va cercata la spiegazione delle nostre eccezionali capacità cognitive. Vi sono moltissime cose che ancora ignoriamo sul suo funzionamento. In particolare è difficile spiegare come da un insieme di sostanze chimiche e segnali elettrici scaturiscano effetti così complessi come la cognizione e la coscienza. Tuttavia, la struttura e la complessità del cervello dei vertebrati ci dicono molto sulle loro capacità.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (3)

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La caratteristica importante, invece, è che il nostro cervello è tre volte più voluminoso di quanto ci si potrebbe aspettare per un primate del nostro peso corporeo. Ciò è significativo in sé, perché è un organo che per funzionare richiede grandi quantità di energia: a causa del suo volume monopolizza il 20 per cento circa dell’energia che immettiamo nel nostro organismo, mentre in rapporto al peso corporeo rappresenta una percentuale molto inferiore. Ciò che più conta, diversamente da altri organi richiede un apporto energetico costante (è interessante osservare che, quando pensa, il cervello utilizza quantità di energia appena superiori a quelle utilizzate durante il sonno). A fronte di questa evidente sproporzione dovrà esservi qualche vantaggio, che va ricercato nei nostri comportamenti e, in misura inferiore, nei comportamenti dei nostri predecessori che avevano cervelli più piccoli del nostro, ma, al pari di noi, più grandi dei valori attesi. Per equità devo aggiungere che il volume cerebrale relativo delle scimmie, e particolarmente delle antropomorfe, è molto maggiore (di un fattore di almeno due) di quello calcolato per i mammiferi terrestri in generale. Per questa caratteristica, ovviamente, esse pagano l’inevitabile penalità energetica, ma al contempo hanno alcuni vantaggi in termini di intelligenza.

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Il cammino… • 2.6. Il cervello umano (1-2)

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Il comportamento è, in ultima analisi, un prodotto del cervello, il più misterioso dei nostri organi. Che cosa, esattamente, ci sia al suo interno che ci conduce al nostro straordinario e distintivo grado di coscienza non è chiaro, ma possiamo certamente imparare molto dal confronto con quello dei nostri parenti più prossimi.

La prima caratteristica da cui siamo colpiti è il suo volume. Certamente non siamo noi ad avere il cervello in assoluto più grande; dopotutto, è ovvio che gli elefanti lo abbiano più grande del nostro, esattamente per la stessa ragione per cui hanno il cuore, il fegato e i polmoni più grandi. Ma ciò che sorprende maggiormente è che il nostro non sia più grande nemmeno in termini ‹relativi›: quello del saimiri scoiattolo, una scimmietta sudamericana, per esempio, è il 3 per cento del suo peso corporeo, mentre quello dell’uomo raggiunge solo il 2 per cento. Questa considerazione, comunque, non deve fuorviarci, perché riflette il semplice fatto che nell’amplissimo spettro delle specie mammifere il volume cerebrale aumenta più lentamente del peso corporeo, e che la maggior parte dei saimiri scoiattolo pesa meno di un chilogrammo.

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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (b2)

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Nel migliore dei casi le antropomorfe attuali lasciano appena intravedere quale potrebbe essere stato il punto di partenza dal quale i nostri progenitori intrapresero il loro cammino. Conseguentemente definiscono, seppure in modo approssimativo, dove si trovi l’estremità più lontana della voragine comportamentale superata parecchi milioni di anni or sono dai nostri progenitori dei quali abbiamo ritrovato i resti fossili. In qual modo e quando ciò avvenne saranno gli argomenti dei Capitoli 4 e 5, ma nel frattempo daremo una breve occhiata a quella notevole struttura da cui le nostre capacità uniche al mondo dipendono.

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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (b1)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.5.  A n t r o p o m o r f e  e  l i n g u a g g i o  •

Le antropomorfe, dunque, hanno comportamenti, società e modi di comunicazione molto complessi. I singoli individui hanno personalità e necessità emotive diverse, e in condizioni di deprivazione sociale sono capaci di estrema sofferenza. In quale misura esse forniscano un modello adeguato delle capacità — comprese quelle di comunicazione — dei più antichi ominidi in ogni loro stadio evolutivo è comunque piuttosto discutibile — eccetto forse che per gli stadi più antichi. Il divario cognitivo fra loro e noi è stato in qualche misura ristretto dagli studi di cui abbiamo appena riferito, ma certamente non è stato colmato e, com’è ovvio, non lo sarà mai. A quanto sembra, le antropomorfe non sanno pianificare, non hanno capacità di astrazione, e sanno avvalersi di esperienze passate come guida per azioni future solo nel modo più rudimentale. Non mostrano «generativismo», cioè quella capacità che ci permette di unire singole parole in frasi, o idee nei loro prodotti. Ciò è chiaramente rivelato dalla loro mancanza di capacità linguistiche, mentre è altrettanto evidente che il nostro linguaggio articolato riflette intimamente tali capacità.

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[]  I.  T a t t e r s a l l,  ‹I l  c a m m i n o  d e l l’ u o m o›,  B o l l a t i  B o r i n g h i e r i,  2 0 1 1.
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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (a13)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.5.  A n t r o p o m o r f e  e  l i n g u a g g i o  •

Per esempio, noi ‹sappiamo› che il nostro cane sta «pensando» quando ci guarda con quei suoi occhioni. Ma, in realtà, che cosa gli sta passando per la mente, se ha una mente? Noi non abbiamo la minima idea di che cosa stia succedendo dentro la sua testa, e dobbiamo accontentarci di elucubrazioni antropomorfiche. Forse il nostro cane ci adora, oppure ci disapprova, o vorrebbe uscire, o magari è solo annoiato e non ha di meglio da fare. Qualsiasi risposta ci diamo, la nostra spiegazione avrà a che fare più con la nostra esperienza che con quella del cane. Per quanto siamo capaci di leggere nella mente dei nostri conspecifici, non possiamo nemmeno immaginare il suo stato di coscienza. Lo stesso avviene per il linguaggio. Quali sono le possibili condizioni intermedie fra, diciamo, le vocalizzazioni degli scimpanzé — le cui complessità non comprenderemo mai appieno, e che in ogni caso si sono discostate per divergenza evolutiva da quelle del nostro progenitore comune — e il linguaggio umano, pienamente articolato? Quali ‹potrebbero› essere? Siamo in grado di formulare alcune ipotesi, ma dubito che lo sapremo mai con certezza. Ciò che ‹possiamo› ragionevolmente supporre è che vi siano vantaggi anche nei piccoli incrementi dell’efficienza nella comunicazione fra individui nelle società complesse, e in particolare in quelle che, al pari di tutte le società umane, dipendono così fortemente dalla comunicazione e dalla coordinazione fra individui per la loro vita economica. Il linguaggio stesso, tuttavia, con il complesso apparato mentale di astrazione e associazione che comporta, sembra discostarsi immensamente da ogni altro sistema di comunicazione che possiamo osservare nel mondo vivente. È, infatti, intimamente legato al ragionamento simbolico (in quanto opposto di intuitivo), una questione su cui torneremo in seguito.

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• _linguaggio
• linguaggio_articolato (l i n g u a g g i o … a r t i c o l a t o)

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[]  I.  T a t t e r s a l l,  ‹I l  c a m m i n o  d e l l’ u o m o›,  B o l l a t i  B o r i n g h i e r i,  2 0 1 1.
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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (a12)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.5.  A n t r o p o m o r f e  e  l i n g u a g g i o  •

Ciò detto, è presumibilmente vero che il linguaggio articolato dell’uomo attuale — che coinvolge non solo i meccanismi neurali centrali ma anche un apparato esterno per la sua produzione — non può essere balzato fuori nella sua forma perfetta dalla laringe di una specie completamente inarticolata. Fortunatamente pochi sarebbero disposti, in questo caso, a sollevare il famoso problema paleontologico degli stadi intermedi (che in realtà è un non-problema, ma occorrerebbe una lunga digressione per spiegare il perché, e ciò è già stato fatto parecchie volte): un animale che sa volare solo per metà, oppure un bipede, può «funzionare» come una macchina perfetta? Vi sono evidenti vantaggi nella crescente complessità della comunicazione a ogni stadio lungo la via dalla condizione di animale inarticolato a quella di padrone di un linguaggio, ciascuno dei quali presuppone la coordinazione fra meccanismi centrali e periferici. Pochi fra coloro che accettano il concetto di evoluzione trovano difficile accettare anche la nozione che i nostri immediati predecessori possedessero capacità di comunicazione vocale molto migliori di quelle dei nostri progenitori più remoti, anche se quelle capacità non uguagliavano le nostre. Il problema sta nell’individuare esattamente le forme intermedie, poiché per l’uomo è difficile, se non impossibile, immaginare cose che trascendono la sua esperienza o che non possono essere estrapolate da essa.

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• linguaggio_articolato (l i n g u a g g i o  a r t i c o l a t o)

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[]  I.  T a t t e r s a l l,  ‹I l  c a m m i n o  d e l l’ u o m o›,  B o l l a t i  B o r i n g h i e r i,  2 0 1 1.
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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (a11)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.5.  A n t r o p o m o r f e  e  l i n g u a g g i o  •

Gli scimpanzé, dunque, non possiedono il linguaggio articolato. Anche attraverso gli eroici e tenaci sforzi degli istruttori non lo acquisiscono nemmeno nella sua forma più rudimentale. Inoltre è difficile dimostrare che possiedono capacità cognitive che potrebbero essere chiamate «prelinguistiche». Gli esseri umani sono realmente unici per il possesso del linguaggio e dell’apparato che permette loro di apprenderlo ed esprimerlo. Affinché non si pensi che nutro avversione per gli scimpanzé, mi affretto ad aggiungere che non c’è ragione per cui le antropomorfe ‹dovrebbero› avere la capacità di linguaggio articolato. Il problema è nostro. Gli esseri umani ritengono di aver raggiunto una vetta evolutiva — anzi, ‹la› vetta — e amano enfatizzare questa posizione tanto elevata considerando i loro parenti stretti come creature che stanno ancora faticosamente salendo la china che essi hanno scalato da tempo. Ma rappresentare il successo evolutivo come una scala che occorre salire fino in cima distorce la nostra prospettiva. Vi sono molti modi di fare le cose a questo mondo, e le antropomorfe hanno il loro, come noi abbiamo il nostro. Nelle comunità di antropomorfe la comunicazione vocale serve a scopi diversi che per la nostra specie, ed è del tutto sbagliato considerare la loro versione come una forma inferiore della nostra. Se pensiamo in termini di vette, dobbiamo riconoscere che al mondo ce ne sono altre oltre a quella che occupiamo noi: una per ciascuna delle specie che popolano la terra, e che sono milioni.

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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (…a10a)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.5.  A n t r o p o m o r f e  e  l i n g u a g g i o  •

[⇐]  Abbandonando le situazioni strutturate, i custodi di Kanzi cominciarono semplicemente a indicare i simboli sulla tastiera mentre discutevano di vari argomenti in sua presenza, ed egli imparò rapidamente a riconoscere il significato di un numero notevole di «parole». Ora si afferma addirittura che Kanzi è in grado di organizzare tre simboli in una «frase» e di riconoscere il significato dell’ordine in cui tali simboli vengono presentati. Tuttavia è difficile dimostrare che queste «frasi» sono qualcosa di più di efficaci formule, mentre dovrebbero essere costrutti grammaticali. Inoltre i progressi di Kanzi sono considerevolmente più lenti di quelli di qualsiasi bambino. Che cosa continuerà a fare col procedere dell’esperimento nessuno lo sa con certezza, ma temo che la risposta possa essere «non molto». Inoltre, maturando, diventerà sempre più intrattabile, come d’altronde accade a tutte le antropomorfe, e alla fine l’esperimento dovrà terminare. Negli articoli comparsi su varie riviste e in libri divulgativi, Kanzi è stato presentato come l’antropomorfa «al limite della mente umana» ma, nel migliore dei casi, finora ha dimostrato di possedere la capacità di fare, forse un pochino meglio, ciò che anche ad altri scimpanzé era stato (faticosamente) insegnato. Kanzi, con la sua tastiera e i suoi devoti istruttori, non padroneggia il linguaggio articolato così come non è un abile artefice di strumenti.

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• _antropomorfe
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[]  I.  T a t t e r s a l l,  ‹I l  c a m m i n o  d e l l’ u o m o›,  B o l l a t i  B o r i n g h i e r i,  2 0 1 1.
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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (a10…)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.5.  A n t r o p o m o r f e  e  l i n g u a g g i o  •

Ciò significa, ovviamente, porre i risultati di questi esperimenti nella luce più sfavorevole. Fra i risultati positivi, i test hanno dimostrato che i soggetti possedevano capacità di apprendimento veramente notevoli. Le antropomorfe, per esempio, erano state in grado di compiere associazioni referenziali, cioè erano riuscite ad afferrare la nozione che simboli verbali, gestuali e altri possono stare al posto di concetti o oggetti. E hanno dimostrato che i soggetti erano stati in grado di associare due concetti compresi in un lungo comando verbale. Dunque non c’è limite alla speranza, e mentre io scrivo il nostro vecchio amico, il bonobo Kanzi, è ancora alle prese con il «linguaggio delle antropomorfe». La maggior parte degli esperimenti è stata compiuta utilizzando la tecnica della modificazione del comportamento mediante un incentivo (la ricompensa); ma gli istruttori di Kanzi, che inizialmente erano impegnati nel tentativo di addestrare la madre, avevano osservato che il piccolo — che gironzolava per caso intorno a loro — aveva spontaneamente imparato alcuni simboli semplicemente osservandola mentre premeva sulla tastiera. Evidentemente Kanzi era in grado di combinare l’apprendimento per imitazione con almeno qualche capacità referenziale.  [⇒]

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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (…a9a)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.5.  A n t r o p o m o r f e  e  l i n g u a g g i o  •

[⇐]  Non vi è dubbio che i soggetti avessero imparato a riconoscere certi segni di primaria importanza fatti dagli addestratori, ma le antropomorfe tendevano a ricambiarli con gesti analoghi tratti dal loro repertorio naturale. Esse, inoltre, avevano imparato a riconoscere alcune parole elementari pronunciate dall’uomo, ma altrettanto sanno fare i cani da pastore. Le antropomorfe erano riuscite addirittura a identificare combinazioni di parole e a rispondere alle medesime (all’ordine «porta fuori l’aspirapolvere» poteva seguire il comportamento appropriato); ma ciò dimostra semplicemente che erano in grado di compiere un’associazione fra due parole (potevano ignorare il resto della frase e comportarsi in modo ugualmente corretto: non avrebbero certo potuto portare «il fuori all’aspirapolvere»). Ma in nessun caso venne dimostrato con completa soddisfazione di tutti che un’antropomorfa aveva acquisito un qualsiasi grado di comprensione della grammatica o della sintassi, anche dopo un lungo periodo di addestramento. Inoltre non vi era la minima traccia di una curva di apprendimento. Mentre un bambino impara rapidamente a comporre frasi sempre più lunghe, le antropomorfe, dopo avere acquisito il concetto di mettere insieme qualche segno, si arresero rapidamente. In sostanza, non vi fu il minimo accenno a una reale comprensione di quanto stava accadendo. Le antropomorfe imparano a formulare richieste, ma al contrario dei bambini, anche dei più piccoli, nessuna ha mai tentato di dare inizio a una conversazione.

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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (a9…)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  2.5.  A n t r o p o m o r f e  e  l i n g u a g g i o  •

Non c’è bisogno di addentrarsi in una lunga descrizione di questi e di vari altri esperimenti condotti sia con scimpanzé sia con gorilla, profondendo sforzi enormi nell’insegnare ai soggetti a dare risposte «appropriate». Di questi si è ampiamente riferito in molti libri e articoli, e un’indicazione del loro fascino intrinseco è data dal fatto che l’annuncio di ogni successo venne ripreso e divulgato con grande trionfalismo, assicurando che l’una o l’altra antropomorfa era in grado di comunicare con il genere umano. Peccato che la verità sia molto più prosaica. In uno dei programmi più meticolosamente studiati per insegnare l’American Sign Language a un’antropomorfa (in una versione opportunamente modificata) i ricercatori da entusiasti divennero scettici, dopo di che tutto cominciò ad andare a rotoli. Nel loro affanno di dimostrare che le antropomorfe sono in grado di acquisire capacità correlate al linguaggio, avevano interpretato in senso eccessivamente favorevole le risposte degli animali studiati. Un accurato riesame degli esperimenti rivelò che molte osservazioni erano state interpretate in modo esageratamente ottimistico. Una valutazione successiva, per esempio, ridusse i centotrenta segni iniziali a soli venticinque.  [⇒]

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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (…a8a)

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[⇐]  Ricercatori successivi, cedendo dinanzi all’evidente inadeguatezza dell’apparato vocale dello scimpanzé (inadeguatezza a compiere una funzione di tipo umano), hanno adottato approcci diversi, compreso qualche tentativo di insegnare l’American Sign Language (studiato per gli individui sordi della nostra specie, con tutte le complessità del linguaggio parlato). In un caso venne affermato che nell’arco di quattro anni uno scimpanzé si era impadronito di più di centotrenta segni ed era in grado di riunirli in frasi semplici. Servendosi di un altro approccio, i ricercatori «mimarono» il linguaggio con gettoni di plastica colorata che prendevano il posto di particolari parole, e persuasero uno scimpanzé (uno su un gruppo di quattro) a identificarli e disporli in sequenza per ottenere una ricompensa. Ricercatori ancora più tecnologizzati ne munirono uno di una tastiera collegata a un computer sulla quale un gran numero di simboli astratti, codificati mediante colori diversi, rappresentavano oggetti desiderabili e concetti come «per favore». Lo scimpanzé doveva premere i tasti secondo sequenze apprese per ottenere gli incentivi indicati.

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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (a8…)

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Nelle ultime pagine vi ho convinto — o almeno lo spero — che le vocalizzazioni degli scimpanzé allo stato di natura servono a uno scopo qualitativamente diverso da quello dei suoni associati alla nostra capacità di parola. Ma l’apparato cognitivo degli scimpanzé potrebbe avere in sé qualcosa che li predispone all’acquisizione del linguaggio? Alcuni psicologi cognitivi lo hanno ritenuto possibile, tanto da investire parecchio tempo e parecchi sforzi nel tentativo di dimostrarlo. Il primo di questi è precedente alla Seconda guerra mondiale, e gli sforzi vennero concentrati nell’insegnare a una giovane femmina di scimpanzé a formare parole e a usarle. Dopo anni di «lezioni» l’antropomorfa aveva imparato a «pronunciare» solo tre parole che un uditorio bendisposto avrebbe potuto riconoscere come tali, e a identificarne qualcuna di più quando veniva pronunciata dai suoi insegnanti. Inoltre questo scimpanzé si mostrava del tutto incapace di comprendere il significato dell’ordine delle parole.  [⇒]

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Il cammino… • 2.5. Antropomorfe e linguaggio (…a7a)

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[⇐]  Ciò non significa che l’ambiente entro il quale una lingua viene appresa non giochi un ruolo importante; le testimonianze mostrano sempre più spesso che questo ruolo esiste, e che il comportamento stereotipato da parte di genitori e di altre persone contribuisce a far avanzare il processo di apprendimento. In tutto ciò l’organizzazione delle nostre aree cerebrali ha sicuramente un ruolo centrale, ma non è certamente l’unico fattore. La capacità di produrre i suoni associati al linguaggio articolato dipende dalla forma del tratto sopralaringeo, da cui consegue che anche lo sviluppo dell’apparato vocale è determinante per la possibilità di parlare. Ci soffermeremo in seguito su questo punto; nel frattempo è sufficiente sottolineare che il linguaggio non è semplicemente qualcosa che abbiamo inventato, ma è intimamente legato alla nostra evoluzione fisica. E ora torniamo brevemente alle antropomorfe.

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◊ edit_B_o_l_l_a_t_i_B_o_r_i_n_g_h_i_e_r_i
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◊ yauth_1_9_9_8, yedit_1_9_9_8, yedit_2_0_1_1
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• _antropomorfe
• _linguaggio
• linguaggio_articolato (l i n g u a g g i o  a r t i c o l a t o)

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[]  I.  T a t t e r s a l l,  ‹I l  c a m m i n o  d e l l’ u o m o›,  B o l l a t i  B o r i n g h i e r i,  2 0 1 1.
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