Repubblica (16/11/2013) • Simone Weil… (13-14)

  •  V a n n i n i   (2 0 1 3)  •  … M i s t i c a  o  e r e t i c a ?  L’ u l t i m o  p r o c e s s o  •

Da qui anche la critica weiliana al concetto di persona, tanto caro a certa cultura cattolica. A chi rilevava come l’antichità non avesse nozione del rispetto dovuto alla persona, Simone fa notare con sarcasmo che ciò è vero, ma non perché non avesse acquisito ancora una nozione così basilare, ma perché «pensava con troppa chiarezza per una concezione così confusa». E lo stesso vale per espressioni come “realizzazione della persona”, “diritti della persona”: la persona si “realizza” solo quando il prestigio sociale la gonfia; la sua realizzazione non ha a che fare col sacro, ma con la sua falsa imitazione prodotta dal collettivo. Quanto al diritto, poi, esso non ha alcun legame con l’amore, ma è legato, invece, allo “spirito di mercanteggiamento”, che governa il mondo del commercio: «Non è possibile immaginarsi san Francesco che parla di diritto».

Il cristianesimo weiliano è dunque per molti aspetti “inattuale”: quella di Simone fu davvero una fede “al limite”. Pensiamo comunque che verificare questo limite sia oggi un dovere cui non può sottrarsi intelligenza alcuna, religiosa o laica che sia.

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Repubblica (16/11/2013) • Simone Weil… (11-12)

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Questo il senso misterioso della frase: Dio esiste». Il pensiero del male, ovvero il nonpensiero, nasce sempre dall’attaccamento, dal desiderio, che «non è altro se non l’insufficienza nel sentimento della realtà. Dal momento in cui si sa che qualcosa è reale, non ci si può più attaccare ad esso», ed è allora, con la fine dell’attaccamento, che finisce anche il pensiero del male e si ottiene davvero la libertà.

Simone contesta infatti la comune illusione della libertà, del libero arbitrio, giacché l’universo è tutto quanto sottomesso alla necessità, e l’uomo non fa eccezione, per cui «l’illusione dell’orgoglio, le sfide, le rivolte, tutto ciò non sono che fenomeni rigorosamente determinati quanto la rifrazione della luce». La ‹Bhagavad Gita› recita: «Colui che pensa: Sono io che agisco, costui ha la mente fuorviata dal senso dell’ego», e Simone conferma: «Dire “io sono libero” è una contraddizione, perché a dire “io” è proprio ciò che non è libero in me». Ciò che è libero è infatti ciò che non è più lo “io” e il “mio”, ma Dio stesso, fondo e sostanza dell’anima.

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Repubblica (16/11/2013) • Simone Weil… (8-10)

  •  V a n n i n i   (2 0 1 3)  •  … M i s t i c a  o  e r e t i c a ?  L’ u l t i m o  p r o c e s s o  •

Non a caso riconobbe nella tradizione dell’India, nelle sue Scritture, dalla ‹Bhagavad Gita› ai testi buddisti, lo stesso insegnamento del vangelo: quello del distacco assoluto — distacco dall’io come da Dio. Per un verso, infatti, «è il peccato in me a dire “io”. Tutto ciò che io faccio è cattivo, senza eccezione, compreso il bene, perché io è cattivo. Io sono tutto. Ma questo io è Dio e non è un io». Per un altro verso, specularmente, «dobbiamo spogliare Dio della sua divinità per amarlo, perché se si va a Dio senza svuotarlo della sua divinità, si tratta allora di Yahweh o Allah» — cioè di due idoli.

Se questa duplice, ma in realtà semplice, operazione viene compiuta, tutto appare uno, tutto appare buono, con quel senso di realtà, presenza, gioia, che mostra l’eterno nel presente. Che il reale sia tutto quanto buono e bene, è un pensiero che accomuna la Weil alla grande tradizione mistico-filosofica, dal primo filosofo del ‹logos›, Eraclito, a Eckhart a Spinoza, che scriveva essere il pensiero del male proprio solo degli iniqui, ovvero di coloro che hanno in mente se stessi e non Dio.

Infatti, anche per Simone, «Il reale è per il pensiero umano la stessa cosa che il bene».

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Repubblica (16/11/2013) • Simone Weil… (5-7)

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Simone combatte perciò questo concetto di fede come immaginazione, e ugualmente la teologia come invenzione: nel Vangelo, scrive, non c’è una teologia, ma una concezione della vita umana. Gesù chiede infatti ai suoi discepoli un radicale cambiamento, una conversione, riconoscendo la malizia essenziale della propria psiche, che tutto sottomette ai propri fini (questo il vero senso del “peccato originale”!): la rinuncia a se stesso, questo, e niente altro, è l’insegnamento evangelico.

Il cristianesimo della Weil è perciò tragico, centrato sulla croce, simbolo della morte dell’egoità, tanto che — ella scrive — si potrebbe anche fare a meno della resurrezione. È un cristianesimo ben lontano da quello, ottimistico, che parla di affettuosi “disegni di Dio” verso l’uomo — una menzogna, questa, offensiva del ‹malheur›, della infelicità, della sventura, insopprimibile dalla condizione umana.

Con il suo concetto di “decreazione”, spogliamento dell’egoità, la Weil si inserisce così a pieno titolo nella grande mistica, tanto d’occidente quanto d’oriente.

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Repubblica (16/11/2013) • Simone Weil… (3-4)

  •  V a n n i n i   (2 0 1 3)  •  … M i s t i c a  o  e r e t i c a ?  L’ u l t i m o  p r o c e s s o  •

Il punto di partenza sta comunque nel fatto che per la Weil la fede non è quel lume (‹lumen fidei›) che illumina qualcos’altro, che sarebbe poi la verità, ma è la luce (‹lux, non lumen›) stessa, giacché, in quanto movimento di tutta l’intelligenza verso l’assoluto, essa non comunica saperi, peraltro illusori, ma è essa stessa un sapere — sapere non di altro, ma conoscenza dello spirito nello spirito.

Il contenuto della fede è il suo stesso atto, che è essenzialmente distacco, negazione: fare il vuoto di ogni preteso sapere, rifiutare il consenso a ciò che assoluto non è. La fede non è una credenza: l’atto di fede come credenza è un atto di menzogna, di invenzione, frutto di quella immaginazione che ha il fine di «colmare i vuoti, dai quali potrebbe giungere la grazia», ovvero difendere l’egoismo, l’amore di se stessi.

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Repubblica (16/11/2013) • Simone Weil… (2)

  •  V a n n i n i   (2 0 1 3)  •  … M i s t i c a  o  e r e t i c a ?  L’ u l t i m o  p r o c e s s o  •

La Weil si confrontò con il cristianesimo con tutta la radicalità richiesta dalla cultura del nostro tempo, e per questo la chiesa, che pure la ha in parte utilizzata a scopo apologetico, ha finora sostanzialmente evitato di fare i conti con lei. Ciò è tanto più evidente negli ultimi decenni, quando si è cercato di recidere le radici greche del cristianesimo, intendendo riportarlo alla sua presunta origine biblica: la scrittrice francese, che pure era di famiglia ebrea, non concede infatti nessun credito a questa tesi e difende, invece, la “fonte greca”, che per lei significa l’essenza razionale, cioè universale, del cristianesimo. Giustamente perciò Levinas poteva dire che, in quanto rifiutava il mito della elezione divina di Israele, la Weil era “pagana” — ovvero, in termini più neutrali, ellenica. Questo è anche uno degli aspetti che Sabina Moser affronta nel suo recente ‹Il “credo” di Simone Weil› (Le Lettere, Firenze 2013), ove esamina in dettaglio quel ‹Dernier texte› che è il testamento spirituale della scrittrice francese.

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Repubblica (16/11/2013) • Simone Weil… (1)

  •  V a n n i n i   (2 0 1 3)  •  … M i s t i c a  o  e r e t i c a ?  L’ u l t i m o  p r o c e s s o  •

«Io credo in Dio, nella Trinità, nell’Incarnazione, nella Redenzione, nell’Eucarestia, negli insegnamenti dell’Evangelo»: così Simone Weil iniziava la sua professione di fede nel cosiddetto ‹Dernier texte›, scritto londinese degli ultimi mesi di vita. In Inghilterra, ove si era recata per partecipare alla Resistenza antinazista di ‹France Combattante›, morì infatti, a soli trentaquattro anni, il 24 agosto 1943. Questo settantesimo anniversario viene celebrato oggi a Firenze con un convegno sul tema “Simone Weil: la fede al limite”. Nella città toscana la scrittrice francese trascorse giorni di grande letizia nel corso del suo viaggio in Italia del 1937, vi si sentì come a casa sua, tanto da scrivere, un po’ seriamente e un po’ scherzosamente, che doveva esservi già stata in una vita precedente.

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Repubblica (16/11/2013) • Simone Weil… (0)

  •  V a n n i n i   (2 0 1 3)  •  … M i s t i c a  o  e r e t i c a ?  L’ u l t i m o  p r o c e s s o  •

Simone Weil. Mistica o eretica? L’ultimo processo


di Marco Vannini
Repubblica — 16/11/2013 (sabato 16 novembre 2013)

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (14)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Tuttavia rimane probabile che la ricerca del cibo nella savana richiedesse loro una sottigliezza di osservazione e di associazione mentale che superava quella degli animali che nelle foreste si cibavano unicamente di foglie o di frutta. Ma sebbene questi antichi artefici di strumenti fossero indubbiamente capaci di sfruttare le carcasse in modo molto più efficace dei loro precursori, resta vero che noi non abbiamo modo di sapere quanto la vita fosse cambiata sotto altri aspetti. Non c’è dubbio che con l’invenzione degli strumenti litici si sia verificato un cambiamento di grandi proporzioni nel modo di vita degli ominidi, oltre a innovazioni cognitive di immense conseguenze. Tuttavia sarebbe profondamente fuorviante pensare a questi costruttori di strumenti come a una semplice versione «primitiva» di noi stessi. E dubito molto che, se per un miracolo potessimo incontrarli in carne e ossa, li descriveremmo intuitivamente come esseri funzionalmente «umani».

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (13)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Comunque sia, per la prima volta è risultato evidente che gli antichi ominidi erano molto più capaci degli scimpanzé in un’intera gamma di compiti. Oltre alla fabbricazione e all’uso di strumenti (di cui abbiamo già parlato), possiamo arguire dalla precisione della configurazione delle schegge che i loro artefici erano destrimani, come noi, il che implica una certa riorganizzazione cerebrale rispetto alle antropomorfe. Ciò concorda con l’osservazione che il calco endocranico di ER 1470 è il primo nel quale siano state osservate asimmetrie fra i due emisferi cerebrali, e come abbiamo visto tali asimmetrie implicano molto di più dell’uso preferenziale di una mano. Quali siano le implicazioni precise riguardo alle capacità cognitive di 1470 non è possibile indicarlo. Non sappiamo, per esempio, come tali ominidi comunicassero reciprocamente, quanto ampi o complessi fossero i loro gruppi sociali, quanto gli uni potessero comprendere gli stati mentali degli altri e quanto fossero capaci di interpretare le proprie motivazioni.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (12)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Secondo i primi studi delle località olduvaiane, esse erano «siti di soggiorno», un concetto che in seguito si ampliò in «accampamenti», centri nei quali gli ominidi rientravano abitualmente dopo le avventure vissute durante la ricerca del cibo. Da qui a considerare questi luoghi come il punto focale di un complesso stile di vita che coinvolgeva la spartizione del cibo acquisito nella regione circostante e trasportato con le mani libere dalla funzione locomotoria, il passo è breve. A sua volta ciò implica una complessa forma di comunicazione fra i membri del gruppo (che forse fu addirittura il linguaggio), la reciprocità nei rapporti sociali e la divisione del lavoro fra i sessi (poiché le femmine, che accudivano ai bambini, probabilmente non cacciavano ma raccoglievano vegetali intorno all’accampamento). La lista di questi probabili comportamenti non era ancora terminata, ma presto ci si rese conto che questa prospettiva, basata sul presupposto che se non si comportavano come le antropomorfe dovevano necessariamente comportarsi in qualche modo come l’uomo attuale, significava sostanzialmente riflettere su di loro la nostra immagine.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (11)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Ancor più, in alcune di queste località la percentuale delle ossa degli arti è inaspettatamente alta, e indica che esse vi sono state trasportate più volte dai luoghi in cui originariamente giacevano le carcasse complete. Ciò implica che tali siti fossero luoghi riparati in cui gli ominidi solevano consumare il midollo, lontano dai pericoli che li attendevano nelle aree più aperte. Nulla di tutto ciò significa, ovviamente, che gli antichi artefici di strumenti fossero specializzati nella consumazione del midollo, che è semplicemente un’attività le cui testimonianze tendono a conservarsi nella documentazione fossile. Tuttavia, mentre è fortemente probabile che la loro dieta fosse piuttosto varia e perlopiù vegetariana, lo sfruttamento del midollo fu un comportamento senza precedenti per gli ominidi, e aprì la strada ad altre innovazioni future.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (10)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Ciò non significa che sia impossibile dire qualcosa riguardo alla successione degli eventi in un luogo di uccisione o in qualche altro posto in cui gli ominidi possono aver determinato un accumulo di ossa. In qualche caso è possibile avanzare ipotesi plausibili. Facciamo un esempio. Gli esperimenti compiuti sul campo hanno dimostrato che i grandi carnivori come il leone divorano le parti di una carogna più facilmente raggiungibili. Quando hanno finito, solo il 15 per cento delle ossa mostra segni di denti, poiché i leoni si sono cibati innanzitutto delle interiora e della carne. Quando sopraggiungono le iene (oppure se sono loro ad abbattere l’animale) e compiono un lavoro di spolpamento molto più accurato, l’80 per cento della carcassa mostra segni di denti, ma solitamente la parte mediana delle ossa lunghe è ancora intatta. Cosicché se in un sito archeologico solo il 15 per cento delle ossa degli animali mostra segni di rosicchiamento ma si osservano anche le tipiche tracce di macellazione (la cui sezione è a V) lasciate da strumenti litici, è probabile che per primi si fossero serviti i leoni e per secondi gli ominidi, e che essi avessero terminato il lavoro prima dell’arrivo delle iene. Ma anche quando una carogna era stata predata dalle iene — e gli avvoltoi avevano terminato la pulizia esterna — vi erano ancora alcune risorse che certamente destavano l’interesse degli ominidi. Le ossa lunghe degli arti sono una ricca fonte di nutriente midollo per qualsiasi creatura sia in grado di spezzarle, e lo scopo può essere raggiunto percuotendole vigorosamente con una pietra. Questa tecnica produce una tipica frattura «con torsione» lungo l’osso esponendo il midollo, e tali fratture non sono inconsuete fra i resti animali trovati nei siti olduvaiani.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (9)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Le più valide testimonianze delle attività degli antichi artefici di strumenti provengono non dai singoli manufatti in sé ma dalla natura dei siti di rinvenimento. Le località olduvaiane sono punti del territorio in cui i primi uomini lasciarono testimonianze delle loro attività, e tali testimonianze si presentano solitamente sotto forma di accumuli di strumenti litici e frammenti di ossa animali. Il problema è che le ossa vengono regolarmente frantumate da agenti — leoni, iene e leopardi, per esempio — che non hanno nulla a che vedere con le attività umane. Quando vengono scoperte ossa frantumate prima della fossilizzazione, è quindi importante esaminarle accuratamente per determinare i tipi di tracce che recano, in quanto i segni di denti di iena, per esempio, sono distinguibili da quelli lasciati dagli strumenti utilizzati dall’uomo. Ma anche quando vengono osservate inequivocabili tracce di macellazione, non vi è modo di determinare se l’animale in questione venne ucciso da coloro che lo macellarono. Potrebbe essere stato ucciso da un grosso predatore e in seguito sfruttato dagli ominidi, esseri fisicamente fragili che probabilmente dovettero spesso dare la precedenza agli animali spazzini.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (8)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Considerando che oggi lo sfruttamento di carogne da parte degli esseri umani viene considerato spregevole, i primi archeologi furono inclini a ritenere che i nostri progenitori capaci di fabbricarsi strumenti fossero cacciatori di mammiferi di taglia media e grande che riuscivano a compensare la propria gracilità e debolezza con l’intelligenza e l’astuzia. Forse questa interpretazione può gratificare il nostro io, ma vi è un grande svantaggio nell’interpretare il passato in termini di esperienze attuali: è un approccio profondamente sbagliato. Oggi il concetto che i nostri progenitori più antichi vivessero della caccia a prede di taglia considerevole è stato abbandonato, e l’attenzione è stata diretta piuttosto verso i tipi di sfruttamento di animali morti ai quali gli ominidi avrebbero potuto dedicarsi. Si tratta di un’attività molto impegnativa, anche se era certamente facilitata dal fatto che le carogne in parte divorate dai predatori solitamente giacciono indisturbate più a lungo al margine della foresta attraversata da fiumi, precisamente il tipo di habitat che prediligevano quei nostri remoti progenitori.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (…7a)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

[⇐]  Alcuni scimpanzé sono stati visti colpire un leopardo impagliato e altri intrusi con un bastone, ma i bastoni non abbondano nella savana. Però vi abbondano le pietre, e si sa di scimpanzé che hanno scacciato altri animali con il lancio di oggetti, anche se non eccellono né per la distanza né per la precisione del tiro. Non lo sapremo mai con certezza, ma è del tutto plausibile che nella savana anche gli antichi ominidi si difendessero scagliando oggetti contro i visitatori indesiderati. Un ominide la cui coordinazione occhio-mano permetteva di compiere lanci efficaci e precisi contro un concorrente provvisto di grosse zanne aveva certamente un vantaggio rispetto a coloro che non erano in grado di farlo. E, cosa interessante ma forse non casuale, è risultato che il modo meno doloroso per fabbricare un semplice strumento litico battendo un ciottolo contro un altro è evitare di tenere in mano sia l’uno sia l’altro con troppa forza, «lanciando» il percussore, trattenuto leggermente, contro il nucleo da cui si desidera staccare una scheggia.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (7…)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Macellare un animale morto in piena savana era certamente un’attività pericolosa per i piccoli ominidi, poiché la competizione per le risorse alimentari era forte. A parte i predatori più temibili, come i leoni e i leopardi, dovevano vedersela con pericolosi cacciatori/spazzini e con i grandi ungulati aggressivi (l’ippopotamo e il bufalo del Capo, particolarmente quando è solo, sono pericolosi anche per l’uomo attuale). Iene e licaoni mostravano certamente grande interesse per le spoglie di un animale, anche quando si trattava di una carcassa quasi completamente spolpata, e gli ominidi si saranno certamente trovati nella necessità di scacciarli, almeno fino al momento in cui, con gli strumenti di cui ora disponevano, fossero riusciti a squartarlo e a trasportare i pezzi in un posto sicuro al riparo dai predatori. Una scheggia tagliente non poteva costituire una gran difesa contro l’aggressione di una iena, e certamente sarebbe occorso qualcosa di più. Che cosa?  [⇒]

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (6)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Una considerazione ancor più significativa è che la documentazione contiene le testimonianze del fatto che la fabbricazione di strumenti non era un semplice processo opportunistico messo in atto quando lo imponevano la necessità o la convenienza. Gli artefici degli strumenti olduvaiani (che hanno preso il nome dalla Gola di Olduvai, dove vennero riconosciuti per la prima volta) non solo sapevano quali rocce erano più adatte, ma spesso le trasportavano in previsione di servirsene. Lo sappiamo perché i siti in cui sono stati scoperti i più antichi strumenti litici sono spesso molto lontani dal luogo dove si trova la roccia utilizzata per fabbricarli, ma anche perché in molti casi gli archeologi sono riusciti a effettuare il rimontaggio di un blocco di materia prima a partire dai frammenti — comprendenti sia gli strumenti veri e propri che gli scarti della scheggiatura — raccolti nei siti di macellazione. La roccia era lavorata sul luogo dove lo strumento veniva utilizzato, che era diverso dal luogo di provenienza, e sembra improbabile che gli ominidi che se ne servirono avessero sistematicamente trovato (e ancor meno probabilmente ucciso) un mammifero di grossa taglia per poi camminare per parecchi chilometri in cerca del materiale adatto a costruire gli strumenti con cui macellarlo. Sicure testimonianze di macellazione eseguita utilizzando schegge taglienti, trovate in associazione con i resti della preda, sono fornite dai caratteristici segni lasciati sulle ossa dagli strumenti litici nel corso dello smembramento dell’animale, dal quale venivano staccati grossi pezzi di carne.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (5)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Non si può dire che la vista dei primi manufatti desti grande impressione. I più antichi consistono per la maggior parte di schegge affilate staccate da ciottoli piuttosto piccoli mediante l’impiego di un percussore di pietra. Un tempo si riteneva che i ciottoli «modellati» fossero strumenti primari, ed essi venivano classificati in un certo numero di forme distinte, ma l’archeologia sperimentale ha dimostrato in modo convincente che i nuclei sono, almeno in gran parte, il sottoprodotto delle operazioni di distacco di schegge. Per quanto rudimentale possa apparire una scheggia lunga circa cinque centimetri, può rivelarsi uno strumento da taglio di sorprendente efficienza, specialmente quando sia stato scelto il tipo di roccia più adatto. Gli archeologi sperimentali hanno dimostrato che usando strumenti di questo tipo è possibile macellare rapidamente un intero elefante. Ma la cosa più importante è che la fabbricazione di schegge utilizzabili richiede, oltre a notevoli capacità manuali, la comprensione delle proprietà intrinseche del materiale impiegato e delle leggi fisiche della frattura concoide. Occorre una notevole sottigliezza per capire in qual modo si debba colpire una pietra con un’altra esattamente con l’angolazione necessaria per staccare una scheggia utilizzabile; e, come abbiamo visto, a quanto pare questo compito è molto superiore alle capacità del più brillante degli scimpanzé. Non ha importanza che il cervello dei primi artefici di strumenti avesse dimensioni modeste: conta molto di più il fatto che essi avevano superato lo stadio cognitivo delle antropomorfe, sebbene non sappiamo di quanto.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (4)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

È un peccato che al momento sappiamo così poco degli attributi fisici dei primi artefici di strumenti finora noti, ma con il tempo questa situazione dovrebbe migliorare. Intanto, che dire degli strumenti stessi? Ho precisato «noti», perché [+quelli di cui?] finora ho parlato sono gli strumenti litici lavorati ‹intenzionalmente›, mentre gli archeologi non sono sicuri su ciò che potrebbe aver preceduto il periodo in cui ne venne iniziata la produzione. La loro scienza incontra difficoltà per i tempi più antichi, in cui si pensa che siano stati usati come strumenti i ciottoli fratturati dall’azione di agenti naturali. Avendo ricevuto alcune dure lezioni al riguardo, oggi sarebbero pochi gli archeologi disposti a riconoscere, per esempio, i «manufatti» di Kanzi come strumenti basandosi solo sulla loro forma, senza ulteriori informazioni. In ogni caso, la prima tipologia riconoscibile di strumenti litici è quella associata a ‹Homo habilis›, che risale a circa 2,5 myr fa. Nonostante la loro semplicità, ci dicono molte cose sulle capacità e le attività dei loro artefici.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (3)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Le ricerche condotte a Olduvai negli anni Ottanta fruttarono uno scheletro incompleto ma spettacolarmente arcaico approssimativamente della stessa età dell’olotipo di ‹H. habilis›. Inevitabilmente, è in corso una accesa disputa sul numero di specie rappresentate nelle raccolte fossili tanzaniane e keniane (che comprendono anche ominidi «robusti»), su quali reperti dovrebbero essere ascritti a una certa specie e quali a un’altra, e infine sulla denominazione delle specie. Questa disputa è ben lontana dall’essere risolta, ma è perlomeno possibile avanzare l’ipotesi che in entrambe le regioni, e in questo arco di tempo, fossero esistite due specie: una forma arcaica confrontabile, seppure a grandi linee, con ‹A. africanus›; e una seconda, ‹Homo habilis› (compreso 1470), dal cervello più voluminoso e proporzioni del corpo un po’ più simili alle nostre. Se è così, sembra ragionevole concludere — sebbene sia impossibile provarlo — che ‹Homo habilis› fu l’artefice degli strumenti in entrambe le regioni. Una mandibola trovata a Chiwondo, nel Malawi, potrebbe anticipare la comparsa di ‹Homo habilis› ampiamente definito a circa 2,4 myr or sono — la stessa epoca, è interessante osservarlo, in cui comparvero i primi strumenti litici — anche per altri siti del Kenya e dell’Etiopia che, sfortunatamente, non hanno restituito fossili della stessa antichità.

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (2)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

È difficile riassumere gli eventi accaduti nella nostra linea ancestrale nel periodo da circa 2,5 a 1,5 myr or sono, in parte perché la definizione di ‹Homo› e delle sue specie è insoddisfacente, e in parte perché i paleoantropologi non si sono ancora accordati sul significato della frammentaria documentazione fossile di questo periodo, soprattutto per quanto riguarda il numero di specie umane allora esistenti. La prima specie di ‹Homo› realmente antica a essere descritta (nel 1964) fu ‹Homo habilis›, denominato sulla base di alcuni frammenti scoperti in fondo alla Gola di Olduvai, in Tanzania, e datati a 1,8 myr. Si pensò che essi appartenessero all’artefice dei rudimentali strumenti litici trovati parecchio tempo prima nei livelli inferiori della Gola, e fu soprattutto sotto la suggestione del concetto di «Uomo artefice di strumenti» che i frammenti ossei vennero ascritti a una specie del nostro genere: anatomicamente infatti non differivano gran che da ‹A. africanus› (sebbene l’olotipo di ‹Homo habilis› avesse una capacità cranica superiore a quella di ‹A. africanus›). Ritrovamenti degli anni Settanta, effettuati soprattutto nella regione del Turkana orientale, in Kenya, complicarono considerevolmente il quadro generale. In quella zona, sedimenti datati a 1,9-1,8 myr restituirono sia strumenti litici sia crani ominidi, alcuni dei quali con una capacità modesta e affinità con ‹A. africanus›, e altri (soprattutto il famoso cranio ER 1470) con una capacità cranica circa una volta e mezzo quella di ‹A. africanus›. Alcune ossa di arto isolate indicavano la presenza di due tipi ominidi, uno con proporzioni scheletriche arcaiche e uno con proporzioni più «moderne».

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Il cammino… • 4.4. I primi artefici di strumenti (1)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Circa 2,5 myr fa, nella natura della fauna africana si verificò un mutamento di grandi proporzioni. Un altro deterioramento climatico, segnato da un’espansione delle calotte polari e da fenomeni globali di inaridimento, accelerò la trasformazione già in atto della foresta in distesa arborata aperta e poi in savana. La documentazione fossile riflette tale cambiamento; le antilopi di prateria, per esempio, compaiono in grande abbondanza, mentre quelle che prediligono gli habitat chiusi si fanno più rare. Questa è anche l’epoca della comparsa dei primi strumenti litici, che inaugurano la documentazione archeologica, oltre a quella in cui troviamo le prime testimonianze fossili che preludono al genere ‹Homo›. In generale si ritiene che tutti questi sviluppi fossero fra loro correlati, poiché la comparsa del genere a cui l’umanità appartiene e l’invenzione della tecnologia sono entrambe la risposta delle popolazioni umane ancestrali alle variazioni climatiche ed ecologiche di quel tempo.

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Il cammino… • 4.3. I più antichi ominidi sudafricani (4)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Il quadro della varietà dei primi ominidi sudafricani diventerà certamente molto più complesso man mano che verranno attentamente studiati i resti fossili provenienti da una mezza dozzina di siti molto antichi della regione. Appare ancora più probabile che diverse specie «robuste» siano rappresentate nei due più importanti siti di ritrovamento di ‹Paranthropus›, uno dei quali ha restituito anche una forma antica di ‹Homo›. Inoltre, nei siti classici di ‹A. africanus› è stata osservata una quantità di variazione morfologica tale da indicare la probabile presenza di almeno un’altra specie ominide. Storicamente, dunque, il Sudafrica conserverà sempre la sua singolare importanza in quanto è la zona di ritrovamento dei primi ominidi realmente arcaici. Al momento attuale questa zona viene però considerata particolarmente significativa perché vi si sono trovate alcune fra le più valide testimonianze di diversità fra specie ominidi per il periodo fra 3 e 1,5 myr fa. Poiché per molti anni l’evoluzione umana era stata considerata un processo lineare — quel faticoso cammino dalla primitività alla perfezione cui ho già accennato — una simile constatazione è fortemente istruttiva. Il quadro che emerge dalla nuova visione dell’evoluzione umana a quello stadio tanto antico è caratterizzato dalla varietà e da numerosi esperimenti evolutivi, la maggior parte dei quali, alla fine, fallì. Sono messi in evidenza i ruoli della speciazione e dell’estinzione nell’evoluzione umana, portando la storia documentata degli Hominidae in linea con quella degli altri gruppi di mammiferi e cancellando, si spera per sempre, l’idea che nella nostra origine vi sia stato qualcosa di speciale.

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Il cammino… • 4.3. I più antichi ominidi sudafricani (3)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Australopithecus africanus› non è certamente l’unico antico ominide noto da siti sudafricani, che hanno restituito un altro ramo della famiglia umana rappresentato dal genere ‹Paranthropus›, un ominide di corporatura più massiccia, con grossi molari che formano un possente apparato masticatorio. Di questo genere sono note solo alcune ossa dello scheletro postcraniale (comunque sufficienti a indicarlo con certezza come bipede), per cui non è chiaro se gli ominidi «robusti» fossero fisicamente molto più grandi del «gracile» ‹A. africanus›. In ogni caso è ovvio che ‹Paranthropus› dovesse avere un’alimentazione vegetariana molto più specializzata di ‹A. africanus›, che conservava una dentatura non specializzata. Il cervello di ‹Paranthropus› era in media appena più voluminoso di quello di ‹A. africanus›, ma forse questa differenza è da attribuire alla corporatura più massiccia. In alcune parti ossee di corna e in frammenti ossei di ungulati, trovati in un sito di età poco più recente, è stata osservata una curiosa levigatura che ne testimonia l’uso come bastoni da scavo, ma si tratta dell’unica testimonianza inequivocabile dell’uso di strumenti da parte di ominidi realmente arcaici.

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Il cammino… • 4.3. I più antichi ominidi sudafricani (2)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Le condizioni frammentarie in cui i resti ossei di mammiferi (‹Australopithecus› compreso) furono trovati in alcuni siti erano state inizialmente interpretate come prove di attività di caccia e addirittura di cannibalismo da parte dei nostri antichi «parenti». Come scrisse l’anatomista Raymond Dart, simili testimonianze aprivano «gli archivi lordi di sangue della storia umana». Ma la realtà è molto più prosaica dello scenario dell’«antropomorfa assassina». Ricerche successive hanno dimostrato che le ossa rinvenute nei siti sudafricani (in gran parte cavità sotterranee in cui i resti caddero dalla superficie del suolo) in realtà erano state rosicchiate dai porcospini, o erano state accumulate da agenti naturali. È interessante osservare che uno dei primi australopiteci scoperti (un individuo giovane) sembra essere stato vittima di un’aquila gigantesca, mentre in un altro sito sudafricano tutto concorre a indicare che i reperti ominidi sono resti di pasto di un leopardo. I cacciatori sono dunque diventati le prede, e in tal modo hanno perso una buona parte delle loro presunte capacità cognitive.

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Il cammino… • 4.3. I più antichi ominidi sudafricani (1)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Per il periodo fra 3 e 2 myr fa la ricerca paleoantropologica si incentra in Sudafrica, dove negli anni Venti erano stati scoperti i resti di ‹Australopithecus africanus›, il primo australopiteco noto. Di corporatura un po’ meno robusta di ‹A. afarensis›, questa specie era funzionalmente molto simile: un bipede arcaico con cervello piccolo e faccia prognata, privo di testimonianze di uso di strumenti. I resti constano di uno scheletro incompleto non ancora descritto, datato a 2,5 myr e ritenuto primitivo nelle sue proporzioni corporee almeno quanto Lucy, e di alcune ossa di un piede, delle quali abbiamo già parlato, datate a 3,5 myr or sono. L’alluce fortemente divaricato lo indica come un piede adatto all’arrampicamento. Simili dettagli anatomici sono congruenti con la presenza, recentemente riconosciuta, di liane e di altre testimonianze del fatto che ‹A. africanus› viveva in ambienti chiusi.

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Il cammino… • 4.2. Modi di vita degli ominidi arcaici (7)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Nonostante tutto ciò, la costruzione di strumenti e il linguaggio erano ancora di là da venire, anche se considerando quanto sappiamo sul loro uso da parte degli scimpanzé appare probabile, come ho già accennato, che gli antichi ominidi utilizzassero bastoni da scavo e altri strumenti di materiali teneri. Potrebbero avere usato sassi per rompere il guscio delle noci e altri cibi duri, e potrebbero addirittura averli scagliati (un’attività spesso non valutata quanto meriterebbe come testimonianza della facoltà percettiva e di coordinazione neuromuscolare) per scoraggiare la competizione per le carcasse. Ma anche nei casi in cui tali attività potrebbero aver lasciato prove materiali dietro di sé, queste non sono certamente del tipo che si conserva per millenni. Per il momento, quindi, abbiamo poche certezze riguardo al modo di vita dei nostri più antichi progenitori. Ma qualunque esso fosse, è evidente che fu il più proficuo. Se la mancanza di significativi cambiamenti funzionali osservata nella documentazione fossile significa qualcosa in questo contesto, l’indicazione che se ne trae è che il loro modo di vita perdurò a lungo. Comportando, come fece, un’esistenza varia condotta fra i margini delle foreste, le distese arborate e le praterie, indica chiaramente una considerevole flessibilità comportamentale da parte dei nostri lontanissimi progenitori: qualcosa che, a quanto sembra, ha caratterizzato gli ominidi da allora in poi.

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Il cammino… • 4.2. Modi di vita degli ominidi arcaici (6)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

L’aggiunta di grassi animali e proteine alla dieta potrebbe aver conferito una dimensione del tutto nuova all’attività di foraggiamento. Nella foresta la frutta e le altre fonti di cibo cambiano stagionalmente, ma sono distribuite in modo prevedibile entro le aree relativamente poco estese frequentate dai gruppi di primati. Le carcasse, al contrario, nelle aree arborate e ai margini della savana sono distribuite in modo relativamente irregolare su immense estensioni (ma bisogna ricordare che i carnivori colpiscono più spesso in prossimità delle abbeverate). Per individuare i resti di animali morti in ambienti di questo genere bisogna aiutarsi con la lettura dei segni indiretti della loro presenza, come un gruppo di avvoltoi posati su un albero o che volteggiano nell’aria. Se si vuole andare oltre le testimonianze dirette (nessuna delle quali è conclusiva), si può ipotizzare che gli antichi ominidi frequentatori della savana fossero già in grado di interpretare i segni. Se ciò fosse vero le loro capacità cognitive dovevano essere progredite immensamente.

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Il cammino… • 4.2. Modi di vita degli ominidi arcaici (5)

  •  T a t t e r s a l l  (1 9 9 8)  •  4.  I l  p u n t o  d i  p a r t e n z a  •

Come questi antichi ominidi vivessero è ugualmente materia di speculazione. Anche se il loro ambiente preferito fosse stato un habitat relativamente arborato invece della savana aperta, in ogni caso era un ambiente pericoloso. Le praterie arborate permettono a molti erbivori, e quindi anche a molti predatori — iene, leopardi, leoni — di prosperare. Considerato l’onnipresente pericolo in cui si trovavano i piccoli e lenti ominidi dall’andatura bipede, dovevano esistere per contro considerevoli vantaggi sotto forma di nuove risorse da utilizzare, come frutta e foglie tenere e, sottoterra, tuberi e rizomi. È ragionevole presumere che i primi ominidi li estraessero dal terreno forse usando bastoni con i quali perforavano la terra dura. Gli scimpanzé, come abbiamo visto, cacciano regolarmente animali di piccola taglia, ed è probabile che anche gli ominidi lo facessero. Nulla di tutto ciò, ovviamente, li colloca di per sé in una categoria cognitiva superiore a quella degli scimpanzé, ma può essere significativo che le distese arborate moltiplicassero la possibilità di sfruttare carcasse di animali morti (una cosa che, come abbiamo visto, gli scimpanzé solitamente non fanno). Queste potevano costituire una fonte ricca e compatta di proteine e grassi di alto potere nutritivo, anche se gli ominidi avrebbero dovuto competere duramente per appropriarsene. È stato addirittura proposto che i primi bipedi si avvantaggiassero delle residue attitudini alla vita arboricola per rubare le carcasse ai leopardi, che hanno l’abitudine di lasciarle fra i rami degli alberi quando si accingono a pattugliare il territorio.

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Il cammino… • 4.2. Modi di vita degli ominidi arcaici (4)

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Eppure è quasi impossibile resistere alla tentazione di avanzare qualche congettura. La modificazione della pelvi coinvolta nell’anatomia del bipedismo, per esempio, pone le femmine del genere umano dinanzi a una difficoltà che esse sole incontrano e che implica la cooperazione all’interno del gruppo sociale. Sebbene nelle scimmie quadrupedi il parto sia meno semplice e facile di quanto generalmente si ritenesse, il feto si gira durante il passaggio attraverso il canale e si presenta di faccia alla madre, che in questo modo può aiutarlo a uscire. Nella nostra specie, invece, deve girarsi nel senso opposto, e la madre non può aiutarlo per timore di spezzargli la colonna vertebrale. La donna, inoltre, al contrario delle scimmie non può pulire dal muco la bocca e il naso del neonato per permettergli di respirare, e non può nemmeno liberarlo dal cordone ombelicale qualora fosse avvolto intorno al collo. Tutte queste attenzioni sono spesso necessarie, e ciò spiega la presenza di levatrici in tutte le società umane. È stato proposto che il coinvolgimento nel parto di altre donne oltre alla madre risalga direttamente all’origine del bipedismo. Se così fosse, sarebbe implicato un livello di cooperazione e di coordinazione fra le femmine degli antichi ominidi che va molto oltre quello dell’assistenza occasionale del neonato osservata in altri primati. Anche in questo caso si tratta di ipotesi, e occorrerebbe avere una migliore conoscenza dei processi legati al parto nelle antropomorfe, ma è certamente un’ipotesi suggestiva.

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Il cammino… • 4.2. Modi di vita degli ominidi arcaici (3)

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Tuttavia possiamo forse azzardare qualche suggerimento sugli attributi cognitivi di ‹A. afarensis›. Se i caratteri ancestrali conservati da questa specie sono significativi quanto le sue novità anatomiche e locomotorie (come farebbe supporre la lunga persistenza della sua struttura fondamentale stile «botte piena e moglie ubriaca») e se — con minor certezza — il suo habitat preferito fosse anche solo lontanamente paragonabile a quello di foresta degli scimpanzé attuali, allora non avremmo alcun buon motivo per ipotizzare un ampio divario cognitivo fra i più antichi ominidi e le antropomorfe attuali. Affermare il contrario richiederebbe una conoscenza approfondita della nicchia ecologica (o delle nicchie) di ‹A. afarensis› e del modo in cui questa specie la sfruttò più di quanto le testimonianze attualmente in nostro possesso ci consentano. Con un po’ di fortuna un bel giorno acquisiremo tale conoscenza, sebbene al momento non possiamo dire in qual modo preciso ciò avverrà. Ma fino ad allora sarà più prudente considerare gli ominidi arcaici soprattutto come «antropomorfe bipedi» sia cognitivamente sia anatomicamente, e non come un tenue riflesso di noi stessi.

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Il cammino… • 4.2. Modi di vita degli ominidi arcaici (2)

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A sostegno di questo scenario è stato fatto osservare che in ‹A. afarensis› i canini dei maschi (di costituzione più robusta) e delle femmine (di costituzione più gracile) hanno più o meno la stessa dimensione relativa: un dato che contrasta con quello rilevato per le grandi antropomorfe, che conducono vita «promiscua» e fra le quali i maschi hanno canini molto più grandi di quelli delle femmine. Inoltre la somiglianza fra i sessi nella dimensione dei canini è tipica dei primati che praticano il legame di coppia. Fin qui, tutto bene. Ma a questo punto ci imbattiamo nel problema fondamentale connaturato al servirsi di analogie di questo tipo: quale scegliere? Infatti, se tutti i resti ascritti ad ‹A. afarensis› costituiscono realmente una singola specie, si trattava di una specie in cui i maschi erano molto più robusti delle femmine, e questo genere di dimorfismo sessuale è tipico delle scimmie antropomorfe, i cui maschi competono con aggressività per le femmine. Per di più, un confronto di caratteri sociali nelle varie specie di ominoidi attuali ha indicato che il progenitore comune di ominidi e antropomorfe attuali dovrebbe avere avuto un sistema sociale chiuso con maschi dominanti e reciprocamente aggressivi, femmine che all’età adulta abbandonavano il gruppo natale e accoppiamenti promiscui. Questa opinione è sostenuta, seppure debolmente, anche da considerazioni ecologiche. Ma la triste verità è che fino a quando dovremo affidarci a inferenze indirette come queste, non sapremo mai con certezza in quale preciso ambiente sociale i nostri più antichi progenitori si evolsero.

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A. afarensis›, dunque, era un ominoide con il cervello piccolo e le mascelle robuste, capace, almeno in qualche misura, di badare a sé sia in ambienti aperti sia fra gli alberi: davvero un’«antropomorfa bipede». Che altro possiamo dire di questa ambigua creatura? Purtroppo, meno di quanto vorremmo. Comunque è stato affermato che l’adozione del bipedismo sortì notevoli conseguenze sociali. Le femmine del genere umano hanno abbandonato l’antico «ciclo estrale» delle antropomorfe, in cui l’ovulazione è segnalata da rigonfiamento dell’area intorno alla vagina. Con l’acquisizione della postura eretta, la regione genitale femminile rimane nascosta mentre il petto resta esposto, e probabilmente non è una coincidenza che le femmine del genere umano abbiano sviluppato mammelle prominenti e recettività sessuale costante, anche se l’ovulazione rimane ciclica ed è priva di segnali esterni. Sulla base di tutto ciò è stato proposto che la società di ‹A. afarensis› (della cui socialità non dubitiamo) fosse basata sul legame monogamico fra maschi e femmine. Esibendo costantemente attraenti segnali sessuali (le mammelle) e non manifestando l’ovulazione, le femmine mantenevano viva l’attenzione dei maschi che in questo modo erano disposti ad aiutarle a sostenere i costi dell’allevamento della prole portando loro del cibo, cosa che potevano fare utilizzando le mani recentemente liberate dalla funzione locomotoria. In cambio, le femmine offrivano ai maschi la certezza che i piccoli che essi aiutavano erano figli loro, e i maschi reagivano in modo appropriato.

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[]  I.  T a t t e r s a l l,  ‹I l  c a m m i n o  d e l l’ u o m o›,  B o l l a t i  B o r i n g h i e r i,  2 0 1 1.
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