[⇐] Il merito in questo caso viene attribuito, da molte fonti giornalistiche nonché in saggi [27] all’allora ministro dell’Economia del governo Berlusconi Giulio Tremonti, che l’avrebbe pronunciato il 14 ottobre 2010. Lui sostiene di non aver mai pronunciato quella frase, che tuttavia negli anni è passata di bocca in bocca fra politici, imprenditori ecc. Anche per questo ho chiesto a Gustavo Zagrebelsky, autore — fra molti altri testi — dell’incisivo ‹Fondata sulla cultura› (2014), di commentarla: «Con la cultura non si mangia ovvero non produce benefici materiali, ma rappresenta un costo, questo è il pensiero sotteso. A questa affermazione si potrebbe rispondere che anche i benefici immateriali, non quantificabili economicamente, hanno la loro importanza nella vita delle persone. Ridurre gli sprechi non è scandaloso, così come che si pensi a qualche taglio. Il problema semmai (ed è un problema culturale) nasce quando, dovendosi reperire risorse, la prima cosa che si fa è tagliare la cultura. La cultura non serve per mangiare, naturalmente. Ma serve a fare società e in questa vivere. La cultura è un fatto di durata e di profondità, è senso che crea comunanza di vita, solidarietà competitiva, dialettica. Insomma, con la cultura si fa ben più che mangiare. E quella umanistica non costa nulla: è fatta di pensiero, di rapporti, di studio».
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NOTE
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[27]. «‘Con la cultura non si mangia’ ha dichiarato Tremonti il 14 ottobre 2010. Poi, non contento, ha aggiunto: ‘Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla ‹Divina Commedia›’. Che umorista. Che statista». Così scrivono P. Greco e B. Arpaia in ‹La cultura si mangia!›, Guanda, Milano 2013, p. 7.
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[] S. M a g g i o r e l l i, ‹A t t a c c o a l l’ a r t e›, L’ A s i n o d’ o r o, 2 0 1 7.
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