Attacco… • 3.9. Le radici dello scempio… (7)

  •  M a g g i o r e l l i  (2 0 1 7)  •  3.  I l  s a c c h e g g i o  d e l  p a t r i m o n i o …  •

«Ma se proprio dobbiamo venderci qualcosa», ha approfondito poi rispondendo alla nostra richiesta, «potremmo ben cominciare dalle caserme dismesse degli anni Cinquanta e da altre strutture ed edifici che non abbiano un valore artistico o paesaggistico». Solo quando i buoi erano già scappati, quando l’operazione gli era passata sopra la testa, l’allora ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani cominciò a pensare di aver bisogno di consiglieri. Dopo aver nominato un comitato scientifico di consulenza sulla tutela, chiese aiuto a Salvatore Settis e all’ex ministro Antonio Paolucci. Nel frattempo Urbani si era messo a scrivere un nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio (entrato in vigore il 10 maggio 2004) e, rispondendo alle interrogazioni sui criteri di vendibilità del patrimonio pubblico, giurava di essersi svincolato dal rampante liberismo di Tremonti. Ma dalle stime dell’Agenzia del demanio emerse che in tre anni 15.000 beni immobili potevano essere interessati dalla privatizzazione. Comunque sia, l’operazione Patrimonio S.p.a. si rivelò fallimentare, con introiti per lo Stato infinitamente inferiori alle aspettative. E per fortuna la parte più aggressiva della norma che rendeva vendibile l’intero patrimonio pubblico fu arginata da un decreto congiunto fra il demanio e il direttore generale dei Beni culturali. Ma ancora non era stato ristabilito il principio per cui «il patrimonio pubblico di valore culturale deve ricadere nell’assoluta inalienabilità, come dice peraltro il Codice civile», ribadiva Settis nel nostro incontro. Accettando di provare a riformare il Codice dei beni culturali, riuscì quanto meno a limitare i danni. Intanto però, sulla base della legge Ronchey ampliata da Paolucci, i privati entravano sempre più massicciamente nei musei pubblici italiani, come ha denunciato lo storico dell’arte Tomaso Montanari, in ‹Privati del patrimonio› (2015), a tutto vantaggio dei privati e senza alcun ritorno per il pubblico. Cominciava a profilarsi la trasformazione di musei pubblici in fondazioni, sorte toccata nel 2004 al Museo Egizio di Torino, dopo il passaggio, guidato da un consiglio di amministrazione senza nemmeno un egittologo. Perfino l’Accademia di Brera ha corso il rischio di diventare una fondazione. Ma anche la Galleria degli Uffizi, su proposta nel 2003 di Dario Nardella, molto prima che diventasse sindaco di Firenze.

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[]  S.  M a g g i o r e l l i,  ‹A t t a c c o  a l l’ a r t e›,  L’ A s i n o  d’ o r o,  2 0 1 7.
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