La parte storica della legge vale soltanto per gli ebrei, la verità eterna vale per l’umanità intera.
Questa è una religione universale valida per tutti gli uomini, non è ebraismo; e una religione universalmente valida e senza la quale gli uomini non potrebbero essere né virtuosi né beati, non dovrebbe venire rivelata [6].
Insomma, l’ebraismo non contempla la distinzione tra vero e falso in senso assoluto né l’esclusione di altre religioni in quanto pagane; esso
non celebra la rivelazione esclusiva di verità eterne indispensabili alla beatitudine e non esalta alcuna religione rivelata nel senso che si è soliti dare a questo termine. Una religione rivelata, una legge rivelata sono un’altra cosa [7].
Qui non c’è nemmeno nulla in cui «credere», dal momento che oggetto della fede sono soltanto le verità eterne e non le verità storiche.
Sì, nella maggior parte dei passi la parola del linguaggio comune che si cerca di tradurre con fede (‹emunah›), significa propriamente fiducia, speranza, consolazione e assicurazione di impegno e promesse [8].
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NOTE
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[2]. M. Mendelssohn, ‹Jerusalem oder Über religiöse Macht und Judentum›, in ‹Schriften über Religion und Aufklärung›, a cura di M. Thom, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1989, pp. 351-458.
[…]
[6]. 𝐼𝑏𝑖𝑑𝑒𝑚, p. 415.
[7]. 𝐼𝑏𝑖𝑑𝑒𝑚, p. 415.
[8]. 𝐼𝑏𝑖𝑑𝑒𝑚, p. 418.
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[] J. A s s m a n n, ‹N o n a v r a i a l t r o d i o› (2 0 0 6), i l M u l i n o, 2 0 0 7.
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