Ma andava anche oltre: impegnandosi a studiare a fondo Roma per fare un censimento e una mappa dei monumenti da restaurare. Purtroppo la sua opera restò incompiuta perché l’artista morì prematuramente a soli 37 anni. Ma quella lettera-manifesto divenne poi punto di riferimento nel Seicento per le riflessioni dello storico dell’arte Giovan Pietro Bellori e di molti provvedimenti di tutela. Tra i quali una Deliberazione fiorentina del 1602 che vietava espressamente di portare via da Firenze le «pitture buone», elencando dipinti di Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Andrea del Sarto, Tiziano, Parmigianino e altri maestri. Era già maturata una idea di inalienabilità del patrimonio (la stessa che nel 2002 il governo Berlusconi voleva cassare).
Ma interessante è anche il fatto che i semi gettati da Raffaello trovarono terreno fertile secoli dopo in Francia, attraverso Antoine C. Quatremère de Quincy (1755-1849) che ricoprì a Roma una carica analoga a quella che aveva avuto il maestro del Rinascimento. Erano i tempi di Pio VII (Luigi Barnaba Chiaramonti), il papa che scomunicò le truppe napoleoniche che avevano invaso Roma nel 1809 e che nel luglio di quell’anno fu arrestato e poi trasferito a Fontainebleau. Con un salto di molti anni eccoci dunque Oltralpe, dove si giocò una partita decisiva per una parte importante del patrimonio artistico del Belpaese.
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[] S. M a g g i o r e l l i, ‹A t t a c c o a l l’ a r t e›, L’ A s i n o d’ o r o, 2 0 1 7.
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